venerdì, Maggio 27, 2022
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Steva De Franchi del 18 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “Farse liguri” a cura di Belisario Randone

farse liguri

Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Steva De Franchi del 18 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “Farse liguri” a cura di Belisario Randone

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Per il Grande Teatro in TV di Steva De Franchi Rai Cultura propone le “Farse Liguri” in onda su Rai 5 venerdì 18 febbraio alle 15.45 nella versione a cura di Belisario Randone trasmessa dalla Rai nel settembre 1973.

I brani teatrali in onda sono “La locandiera di Sampierdarena” di Dario G. Martini da un canovaccio genovese di Stefano (o Steva) De Franchi detto anche Micrilbo Termopilatide con la regia di Marco Parodi e l’interpretazione di Lina Volonghi e “La cena della Leva” di Azaretti e Rostan con la regia di Vito Molinari e l’interpretazione di Anna Caroli e Pino Lunardi.

«Lezei re nostre rimme antighe, e in particolâ quelle de Gian Giacomo Cavallo. L’è un fæto aççertao, che ri mæximi Toschen, semme che arrivan á saveire leze, ne restan incantæ.»(IT)«Leggete le nostre rime antiche, e in particolare quelle di Gian Giacomo Cavallo. È un fatto accertato che, gli stessi Toscani, una volta arrivati a saper leggere, ne rimangono incantati.»
(Steva De Franchi, Ro stampao a ri veri e boin zeneixi che lezeran)

Stefano De Franchi, detto Steva[1], noto anche come Micrilbo Termopilatide[2] (Genova1714 – 1785), è stato, oltre che patrizio, un poeta italiano, uno degli ultimi della Repubblica di Genova.

Opere

Fra le sue pubblicazioni si ricordano Ro chittarrin, o sæ, strofoggi dra Muza (1772), alcuni canti de Ra Gerusalemme deliverâ[3] (versione genovese del poema del Tasso) e le Comedie trasportæ da ro françeise in lengua zeneise (17711772). Ma forse lo scritto per il quale è più conosciuto è Ro stampao a ri veri e boin zeneixi che lezeran[4] (prefazione del Chittarrin zeneize), nel quale egli prende le difese della propria lingua, il genovese (come già Paolo Foglietta due secoli prima aveva fatto), accusato di essere un “linguaggio corrotto” rispetto a lingue come il francese o il toscano, quest’ultima lingua di prestigio ma, almeno all’epoca, “fossilizzata” in quanto utilizzata esclusivamente nello scritto e da persone di cultura medio-alta.
Se da una parte il Foglietta aveva rivolto una critica più esasperata alla corruzione dei costumi liguri, il De Franchi sembra adottare una linea più razionale: il fatto che la lingua di Genova non abbia vocabolari, egli dice, non implica necessariamente il fatto che essa manchi di vocaboli propri (ciò, inoltre, si contrappone abbastanza fortemente alla situazione dei secoli successivi, che vedranno la pubblicazione di diversi vocabolari e saggi sul genovese).