venerdì, Maggio 27, 2022
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Russia-Ucraina: in Italia il terreno culturale per mediare

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Russia-Ucraina: in Italia il terreno culturale per mediare

di Gaspare Baggieri*

Le imprevedibilità di questa guerra impongono numerose riflessioni. E’ in gioco una supremazia assetata di orgoglio, che trova un riscatto personale da parte dell’autocrate russo, in nome della storia e della compattezza della sua gente, umiliando il popolo ucraino odiato per aver abbracciato la causa delle democrazie occidentali.

Odiato per aver scelto Zelenscki, un giovane attore, alla Presidenza di un paese geneticamente combinato col DNA russo e che doveva molto all’orbita sovietica. Una Presidenza acquisita nel giro di una temporalità di finzione filmografica che ha conquistato (o forse ipnotizzato?), il popolo ucraino.

Quando l’immaginazione, o l’abbaglio, superano la realtà: un vero caso di “fantasia al potere”. Un affronto non sopportabile. Vladimir Putin, una storia alle spalle vissuta come funzionario del KGB, come membro del partito comunista, vicesindaco di San Pietroburgo, primo Ministro con Eltsin, un percorso ben delineato, preciso, una scalata al potere costruita seguendo una ben determinata scuola politica.

Una carriera che si completa con la Presidenza, restituendo alla nuova Russia il rispetto e l’autorità della grande potenza mondiale, che Eltsin aveva incrinato e scalfito. Sul  tappeto sono in gioco aspetti di un passato di valori e di storie che per la Russia e l’Europa, in particolare l’Italia, avevano rafforzato più che sufficienti garanzie nelle relazioni economiche e commerciali. Abbiamo espulso alcuni diplomatici dell’intelligence russa giustificando l’atto in quanto si sarebbe trattato di figure poco gradite anche per la preoccupazione che potessero rivestire il ruolo di spie Ma ieri cosa erano?

Anziché infittire i contatti, e incrementare il dialogo rispondiamo con l’allontanamento. L’Italia ha avuto “complicità” culturali e politiche molto profonde con la Russia, da Pietro il Grande sino alla non ultima dedicazione di una grande città russa come Togliatti nell’Oblast, in onore, dopo la sua morte, a Palmiro Togliatti nel 1964. La città, nel 1996, fu oggetto di un referundum per reintrodurre la vecchia denominazione Stavropol, ma l’ottanta per cento della popolazione confermò il nome del grande segretario del partito comunista italiano.

Lo stato delle cose ha preso una piega di compromissione in un possibile coinvolgimento nello scontro diretto con la Russia. Putin, il freddo calcolatore, inspiegabilmente sottovalutato dai governanti europei, sta tenendo in scacco l’intera Europa, aspetto questo che evidenzia, con chiarezza, la debolezza dell’Unione Europea.

Al di là delle ragioni, non condivise dagli ucraini, quali la necessità della neutralità la cessione dei territori del Donbass della Crimea, la non adesione alla Nato, appare spiazzante la condotta dell’autocrate in questa guerra. Quale utilità può avere il controllo di un assetto geopolitico in quell’area?

Le ragioni e la strategia della Russia

La Russia affaccia estesamente sul Mar Nero, quindi strategicamente coperta, è conveniente semmai mantenere buoni rapporti con la Turchia, visto che lo sbocco al mediterraneo lo consentono gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Rimane tuttavia insistente, continua, orribile la sua guerra che, oltre alla morte dei civili, produce soprattutto azzeramento di villaggi, distruzione di edifici, di infrastrutture. Quasi a voler rimarcare aspetti di un bottino fatto più per infliggere una severa lezione ad un popolo orgoglioso di se stesso, come si diceva umiliandolo, ma anche come severo avvertimento all’Occidente mostrando le proprie intenzioni per impedire l’avanzamento della NATO.

L’intento sembrerebbe anche essere quello di intimidire, estendendo l’ingerenza ad altre nazioni confinanti, incutendo angoscia all’Europa con la minaccia di una chiusura della fornitura di gas. Se ne fa una questione di valori identitari? Ebbene si, i valori propinati dall’autocrate Zar reggono la filosofia della sua guerra, sarebbe altrimenti inspiegabile la ferocia dei combattimenti. Come non immaginare che non abbia fatto i suoi calcoli?

La rinuncia ai beni sanzionati dall’Europa; il congelamento delle proprietà immobiliari, delle navi-Yacht e di altre ricchezze per svariati miliardi; le sanzioni commerciali da e per l’Europa che poco o a nulla servono, se non a danneggiare soprattutto noi. Cosa si vuole che facciano le sanzioni relative ad un Made in Italy riconducibile ai bisogni secondari? Intanto i combustibili ci condannano e le merci salgono di prezzo (ma perché sottomessi all’euro non abbiamo applicato la doppia moneta e difeso la lira?).

Nel 2000 i poveri in Italia erano circa tre milioni, oggi sono meno di sei milioni (nonostante il reddito di cittadinanza), e chissà quanti altri imprenditori che si stavano riavviando dopo il Covid, finiranno sul lastrico a causa di questa guerra. Non sembra certo un bel risultato per la così tanto decantata democrazia europea.

I russi stanno impiegando armi, carri armati, bombe, missili di prima generazione ormai obsoleti, appropriati per una guerra di questo tipo, che a rifletterci bene, se non interverranno scontri con altre nazioni, si concluderà in modo ingegnoso e conveniente, con lo smaltimento dell’ultimo carro armato, dell’ultimo mortaio, delle ultime bombe.

Intanto c’è chi pontifica, sentenzia, condanna al di là dell’oceano, sostenendo la guerra, alimentando l’Ucraina e coinvolgendo l’Europa in nome di un’alleanza Atlantica per fornire armi e far proseguire una guerra che, in versione Occidentale prevede, a guerra finita, una imponente ricostruzione. E allora cosa può farsene Putin di un paese sfasciato, se non ricostruirlo almeno in parte, in una concordia d’intese?  Del resto un’intesa ci sarà, è nel gioco delle parti, non potrebbe esserci altra via d’uscita, le armi nucleari per paradosso sono il giusto deterrente per raggiungere la pace. L’autocrate potrà recuperare le proprietà, gli yacht e le ricchezze sparse per l’Europa, continuare a vendere il gas e con i fondi incassati ammodernare il suo armamento militare.

Anche Zelenski ne fa una questione di valori, qualificando la dignità del suo popolo con l’indipendenza, la libertà non sottomessa, il patriottismo, la difesa della propria terra, il nazionalismo, l’ingresso nella UE, l’adesione alla NATO, e se tutto questo viene impedito allora che sia guerra all’invasore sino all’ultima stilla di sangue. E che dire del luogo comune che riduce la similitudine di Zelenski a Ronald Reagan?

Anch’egli attore, poi Presidente della più grande potenza al mondo. Un confronto privo delle corrette analisi biografiche, che produce a sua volta, nei talk show, una spendibile dietrologia che poco ha del bizantinismo di raffinata dialettica. Infatti pochi rammentano che Reagan aveva alle spalle una lunga gavetta politica, presidente del sindacato degli attori, che al tempo nel mondo del cinema americano esprimeva un riferimento politico, che certo non le mandava a dire a Washington, due volte poi governatore della California, insomma dotato di un autentico pedigree politico.

E’ sorprendente che nel 2022, in piena globalizzazione, non si colga la grande rivoluzione che l’umanità sta vivendo in termini epocali. In possesso di una tecnologia comunicativa che consente al mondo intero di far esprimere e conoscere in una frazione di secondo, a ciascun individuo, l’inimmaginabile propria libertà di pensiero di azione e creatività. Una rapidità che annulla tutte le filosofie di emancipazione che la storia ci ha sempre rappresentato e che ancora oggi persegue in nome non si capisce di quali invocati ideali; Non dovremmo essere cittadini cosmopoliti ? Libertà a volte stridenti e che turbano in alcuni casi le coscienze, come nel caso della maternità surrogata che in Ucraina è consentita.

E allora perché l’Italia, portatrice d’arte che esprime bellezza e che della lingua di Dante vanta il dialogo delle parole “considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“, non  impone la propria autorevolezza e invita ad un incontro Putin , Biden ed Erdogan, magari nella città del sommo poeta? E perché non pensare al Papa, che possa promuovere e accogliere a Roma un incontro tanto auspicato nella sua casa? Significativo potrebbe essere l’abbraccio simbolico di fratellanza del colonnato che il Bernini ha realizzato alla basilica dell’apostolo Pietro, nome che portava guarda caso anche lo zar russo, “Il Grande”.

Dopo il fallimento di tutti i mediatori, prima dell’irreparabile, qualcosa ancora si può fare, l’Italia può in Europa esercitare su un registro, storico psicologico e interlocutorio di lungimiranza, limiti e concessioni. Ripristinare le relazioni culturali con gli intellettuali, artisti e uomini di scienza, persuadere l’Europa a revocare le sanzioni, sostenere l’Ucraina e soprattutto convincere Zelenski che il terreno dello scontro delle armi porta solo a morte e la vittoria anche se morale, è acquisita.

Zelenski ha conseguito già la sua vittoria, attraverso la sfida della comunicazione, la sola credibile che in un mondo globalizzato fa dell’economia, del commercio e della finanza, l’assoluta competizione internazionale.

Occorre affrettarsi per evitare ancora morte e orrori, l’Italia deve proporre, almeno provarci. Il mondo ha visto e compreso, l’Europa ha constatato la propria fragilità e il proprio limite. 

Una piccola curiosità, anche se frivola: Marcello Mastroianni é stato premiato quale migliore attore a Cannes nel 1987 e sfiorato l’Oscar l’anno dopo per il film OCI CIORNIE, tratto dal racconto  “storie di matrimoni” di Anton Cechov, scrittore nato a Taganrog (ex-Ucraina) e realizzato da Nikita Michalkov, regista cinematografico nato a Mosca (Russia), così tanto  per segnalare l’afflato russo-ucraino con l’Italia.

*Antropologo

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