sabato, Maggio 28, 2022
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Fabbri del 30 aprile alle 15.35 su Rai 5: “Il vizio assurdo”

il vizio assurdo

Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Diego Fabbri del 30 aprile alle 15.35 su Rai 5: “Il vizio assurdo” tratto dal libro di Davide Lajolo su Cesare Pavese

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Per il Grande Teatro in TV di Diego Fabbri in onda oggi sabato 30 aprile alle 15.35 su Rai 5 il dramma scritto nel 1974  sul suicidio di Cesare Pavese “Il vizio assurdo” nella versione andata in onda nel settembre 1978 sulla Rai con la regia di Giancarlo Sbragia e Lino Procacci e l’interpretazione di

Sergio Fantoni, Luigi Vannucchi, Paola Mannoni, Mattia Sbragia. Paolo Giuranna, Antonio Ballerio;, Valentina Fortunato, Giancarlo Sbragia, Luciano Turi, Roberto Alpi e Mila Stanic.

Drammaturgia di Diego Fabbri elaborata a partire dal libro di memorie dello scrittore Davide Lajolo, pubblicato nel 1960, che parla dell’amicizia dell’autore con lo scrittore Cesare Pavese e ne tratteggia la vita.

Il vizio assurdo è un libro di memorie dello scrittore italiano Davide Lajolo che parla dell’amicizia dell’autore con lo scrittore Cesare Pavese e ne tratteggia la vita. Il vizio assurdo consiste nella volontà di auto-annientamento di Pavese (che infatti culminerà nel darsi la morte), letterariamente avvolta da un senso di solitudine e disperazione.

Trama

L’opera di Lajolo è suddivisa in una introduzione, sedici capitoli titolati e una conclusione ed è dedicata alla figlia Laurana.

Introduzione

L’autore narra di un primo incontro con Pavese avvenuto a Torino nel 1945 lungo la strada che porta da Piazza Statuto a Corso Valdocco, dove c’era la sede del giornale dove lavorava Lajolo; e di un secondo incontro, alla fine del luglio 1950, a Milano, quando egli aveva accompagnato Pavese, che era andato a trovarlo, a cena da Bagutta dove era stato invitato da amici critici e scrittori milanesi per festeggiare la sua vittoria al Premio Strega.

Lajolo ricorda le conversazioni fatte e, pensando all’amico scomparso, sente di scrivere della sua vita confortato dal “… comune sentimento della terra, l’origine contadina, e la comune, lenta conquista della città. Perché la nostra amicizia, nata in città, in Corso Valdocco a Torino, si è rinsaldata tra le colline, tra i libri, nel gran parlare che ne facevamo, nei grandi silenzi, quando ci immergevamo nelle vallate, e gli olmi, le vigne, i prati, i torrenti parlavano per noi due lo stesso linguaggio; amicizia fatta più intensa dai nostri caratteri opposti. L’uno sempre deciso e battagliero a vivere; l’altro sempre disperato e deciso a morire”.[1]

S.Stefano Belbo: nascita e campagna

L’autore inizia a descrivere la cascina di S. Sebastiano dove era nato Pavese il 9 settembre del 1908 perché ricorda che l’amico l’aveva condotto, un giorno, a Santo Stefano Belbo.

«Ritrovammo la cascina qualche centinaio di metri prima del paese, prospiciente alla strada che da Canelli porta a S. Stefano Belbo. Era allora una grossa cascina con il fienile, la stalla e sull’altro fianco le stanze d’abitazione.[2]»

Prosegue parlando della sua famiglia e, per poter comprendere meglio il bambino e l’uomo, descrive i luoghi della sua infanzia.

«Prima di incontrarlo d’estate e d’autunno tra i boschi in caccia alle bisce, è indispensabile fare conoscenza con quella sua terra, quella campagna, quelle vigne, quelle colline, quelle Langhe.[2]»

Descrivendo così quei luoghi, Lajolo inquadra l’infanzia di Pavese, parla del suo carattere schivo, solitario, del suo desiderio di stare lontano dalla gente e di rifugiarsi nei boschi osservando maggiormente le cose derelitte e le persone disperate. Lajolo poi, sfogliando i romanzi di Pavese, trae la biografia interiore dell’amico.

Teatro

Nel 1973 Diego Fabbri ne curò con l’autore un adattamento teatrale per la compagnia Gli Associati: l’allestimento, con la regia di Giancarlo Sbragia, vedeva in scena attori quali Luigi Vannucchi nel ruolo di Pavese, Ivo GarraniValentina Fortunato a Valeria Ciangottini. Fu riproposto più stagioni, con alcuni cambi nella compagnia, per un totale di oltre trecento repliche, e venne registrato dalla RAI, durante le rappresentazioni nel teatro di Orvieto, nel gennaio 1977, per essere poi trasmesso l’8 settembre 1978 sulla Rete 1 e successivamente replicato.