sabato, Ottobre 1, 2022
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Elezioni politiche, una occasione persa

roseto

Elezioni politiche, una occasione persa

La farsesca pantomima, tristemente tutta italiana, della formazione delle liste elettorali dei singoli partiti, ancor prima la personalizzazione nominativa dei singoli simboli, mi porta a dire che questa tornata elettorale possa essere già definita come l’ennesima occasione persa dal popolo italiano per riportare al centro della vita collettiva l’alto valore delle istituzioni.

Da un lato i cosiddetti partiti storici, partiti che sempre più si rappresentano come comitati politici se non d’affari, dall’altra la creazione di partitini derivanti dai disagi e dalla protesta anti politiche COVID  fanno tristemente e drammaticamente notare l’assenza di veri e propri statisti nella nostra povera Italia di oggi.

Un tempo i partiti erano portatori di valori e tradizioni basati su chiari e profondi principi etici, storici e filosofici.

In questa triste e banale seconda repubblica abbiamo dovuto vedere il nascere, e prosperare, di partiti personali basati su tanti slogan e scarsi contenuti. In termini valoriali sia il linguaggio che i contenuti si sono drammaticamente semplificati. “Destra” e “sinistra” sono divenute parole “simbolo”, veri e propri feticci svuotati delle loro origini. Egualmente la parola “Centro”, luogo della politica di cui molti vogliono appropriarsi.

Partiti che devono delegare il ruolo esecutivo a “tecnici” avendo loro difficoltà a gestire scelte che potrebbero dover essere lontane dalle loro dichiarazioni in campagna elettorale. Situazione che rischiamo di rivivere dopo questa nuova tornata elettorale, fatto che sancirebbe la fine di una già agonizzante seconda repubblica.

Nessun reale cambiamento negli ultimi trenta anni. Nessuna vera riforma. Nessuna idea strategica. L’Italia è ferma e sempre più povera e triste. Sempre più chiusa in se stessa e sempre più senza fiducia nelle istituzioni.

Giovan Battista Vico, storico filosofo e giurista partenopeo, nella sua teoria dei “corsi e ricorsi storici” dichiarò che la storia si caratterizza dal ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana e che questo “ripetersi” è predeterminato dalla provvidenza.

L’Italia di oggi appare, almeno a chi cerca di comprendere i dati sociali ed economici senza lasciarsi rimbambire dalla cultura mediatica del “siamo i migliori, del “va tutto bene”, come una nave allo sbando che corre il serio rischio di affondare.

Un tendenziale del PIL per il 2023 sotto al 1% abbinato ad una inflazione che rapidamente sta raggiungendo le due cifre, una crisi del sistema industriale dovuta a politiche clientelari ed esclusivamente tattiche, una politica energetica totalmente insensata, una scuola di ogni ordine e grado che non punta a valorizzare il merito, una magistratura politicizzata, una burocrazia che si è fatta casta, un ceto politico che parla per frasi fatte e non sa dare soluzioni strategiche a ciò che la nazione dovrà affrontare sin dall’autunno, questi elementi ed altri che potremmo aggiungere dicono a noi “cittadini semplici” che siamo in quella tipica fase entropica che precede un cambiamento.

Cambiamento che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha cercato o di rallentare o di accelerare allorquando ha deciso lo scioglimento delle Camere.

Momento in cui lo stesso Presidente ha utilizzato per lanciare un monito agli attuali partiti richiamandoli a “pensare al Paese”.

In questo monito io vedo quel concetto vichiano di “età primitiva e divina”. Solo un mondo “primitivo” richiede, infatti, il richiamare il proprio ceto dirigente a svolgere con attenzione il proprio ruolo.

A me “cittadino semplice”, infatti, mi sovviene una domanda, forse banale ma forte in me, “come mai il Presidente ha sentito la necessità di lanciare questo monito a chi si occupa della cosa pubblica?”.

Mi sembra che dovrebbe essere scontato che chi è chiamato a governarla pro tempore metta al centro il Paese, cioè noi “cittadino semplice”.

Nel monito la risposta, una risposta che non volevo, io “cittadino semplice”, accettare. Non è il Paese al centro degli interessi dell’attuale sistema politico italiano. Al centro vi è il potere. Vi sono loro stessi. Fatto tristemente conclamato dal teatrino della formazione delle “alleanze” e della formazione delle singole liste.

“Pensare al Paese” una ovvietà per chi siede in Parlamento, per chi ha un ruolo qualsiasi che lo porta a gestire pro tempore ed in nome e per conto dei cittadini la nazione. “Pensare al Paese” è il motivo stesso dell’esistere del sistema democratico.

Purtroppo noi “cittadini semplici”, da molto tempo, al di là delle domande retoriche, abbiamo chiaro che il ceto dirigente tutto della nostra amata Italia non ha al centro il bene comune ma la loro personale posizione. I risultati di questo egoismo sono sotto gli occhi di tutti. Fatto, drammaticamente non opinione, conclamata da questo squallido momento elettorale.

La nostra Patria è nel baratro, è già successo, succede ciclicamente, come sempre, come un araba fenice, se lo vorrà veramente, se vorrà reagire, se saprà unirsi, se comprenderà che si vince unendosi, se saprà tornare a sognare con il noi, se saprà essere felice per le vittorie altrui e trovare in esse la speranza e la forza per le proprie vittorie e non provare per l’altro invidia ma ammirazione, se saprà essere nazione e non individuo, la nostra amata Italia tornerà agli splendori che la nostra storia e la nostra intelligenza ci permettono di ambire.

Mai come adesso abbiamo di fronte la sfida del cambio di passo. Abbiamo tutti noi, infatti, di fronte la sfida di riportare la cultura e la competenza al centro del nostro modello sociale. Di fronte la necessità di ricreare uno Stato servitore e non padrone del proprio popolo.

Una sfida che richiede ad ognuno di noi “cittadino semplice” il dovere di usare il nostro potere di delega con attenzione e lungimiranza. Dobbiamo imparare dagli errori da noi compiuti negli ultimi trenta anni, errori che sono la causa di questa catastrofe in cui viviamo.

Il Presidente della Repubblica ci ha sfidato a “pensare al Paese”, non parlava a noi, parlava ai partiti, ma noi “cittadini semplici” dobbiamo raccogliere la sfida e uscire da un pensiero pre costituito perché siamo noi coloro che sono al centro del sistema democratico avendo noi il potere costituzionale del voto.

Noi “cittadino semplice” abbiamo il dovere verso le future generazioni di tornare a mettere al centro del nostro pensiero il bene comune della nazione e non un pensiero egoistico. Tornare a favorire i De Gasperi e superare i demagoghi che vivono di propaganda.

Io “cittadino semplice” desidero interpretare il monito del Presidente come una richiesta di impegno, una richiesta di cambiamento, una richiesta di presa di coscienza sul valore del nostro ruolo di cittadini e patrioti.

Ecco la nostra sfida. Partiamo insieme e costruiamo il “nuovo” per superare l’esistente e ridare a tutti noi la possibilità di costruire una nazione libera e non basata su sudditi.

L’Italia può e deve tornare ad essere un pari delle altre grandi potenze mondiali. L’Italia deve richiamare a se stessa il ruolo di fondatore della Unione Europea su quei principi di Spinelli e De Gasperi.

Questo noi “cittadino semplice” dobbiamo chiedere a chi pro tempore ci governerà. Lo dobbiamo chiedere con forza ed orgoglio, da padri e madri, per garantire un futuro di prosperità ai nostri figli.

Una Italia “pari” degli altri “grandi” come lo è stata ai tempi di De Gasperi, ai tempi in cui vi erano grandi partiti con capacità di mediazione sociale basata su valori forti e certi. Centralità della Patria basata sulla famiglia e sul lavoro.

Con saggezza, umiltà, stabilità. Senza arroganza e velleitarismi. Se sapremo essere concreti e consistenti i nostri figli torneranno a pensare e vivere pensando alla libertà come un elemento ovvio e non come un obbiettivo da riconquistare.

Ecco allora il ritorno a Giovan Battista Vico.

Se sapremo, tutti insieme, vivere con le parole dell’epitafio di Kant – La morale dentro di me, il cielo stellato sopra di me – staremo iniziando una lunga marcia verso la felicità. Felicità che si basa su scelte con radici profonde, quelle della morale, e sulla capacità di guardare l’infinito spazio sopra di noi ed avere il desiderio di esplorarlo tutto, senza limiti perché liberi di pensare e sognare.

Esattamente come fu dopo la seconda guerra mondiale.

Passiamo dall’età primitiva, oggi terribilmente visibile, a quella “poetica ed eroica”.

Quella della voglia indefessa del fare, del costruire, del ricostruire.

Quella di De Gasperi appunto ….. e se non dovessimo ritenere che oggi vi sia un partito che possa rappresentare questa Italia, se il nuovo Parlamento non vedrà la presenza di leader alti ma solo di “politicanti”, allora è tempo di prenderne atto, di ragionare finalmente con il “noi”, di superare l’individualismo, di prendere atto che della cosa comune bisogna occuparsene con altruismo ….. se tutto questo dovesse essere il nostro pensiero allora è tempo di fare politica fuori dal Parlamento e rioccupare il posto politico della “mediazione”, di rioccupare il centro della politica e chiedere a chi ha occupato la sede della politica di farsi da parte.

Forse, nel fare questo, negli scranni parlamentari potremmo trovare degli alleati che, stimolati da un nuovo movimento di popolo, sapranno fare la loro parte nel ricostruire un grande sogno italiano.

Ignoto Uno

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