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Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci

carlo magno

CARLO MAGNO – Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci, Faville 39, Salerno Editrice Roma, 2006

3-Pipino, nominato re, da prefetto di palazzo che era, per l’autorità del pontefice romano, dopo aver guidato da solo i Franchi per quindici anni e anche più, conclusa la guerra aquitanica che si era sviluppata per nove anni continui contro Gualfario, duca di Aquitania, morì presso Parigi di idropisia, lasciando due figli, Carlo e Carlomanno, ai quali era pervenuta la successione al regno per cenno divino. I Franchi, indetta subito una assemblea generale, confermano ambedue come re , stabilendo una condizione preventiva, e cioè che dividano equamente il regno, e Carlo tenga a reggere quella parte che aveva tenuto suo padre Pipino, e Carlomanno quella a cui era stato preposto lo zio paterno Carlomanno. Le condizioni furono accettate da tutti e due, e fu accettata anche la divisione del regno nel modo proposto. Questa concordia si mantenne, anche se con molta difficoltà, poiché molti dalla parte di Carlomanno si sforzavano di dividere l’alleanza pattuita, tanto che alcuni pensarono addirittura di spingere i due re alla guerra. Ma la stessa conclusione della vicenda provò che nella situazione vi era più sospetto che pericolo quando, morto Carlomanno, la moglie con i figli, e con alcuni che erano fra i più importanti nobili del regno, fuggì in Italia e, senza nessuna causa valida disprezzando il fratello del marito, si pose con i suoi figli sotto il patrocinio di Desiderio, re del Longobardi. Carlomanno morì dopo due anni di comune amministrazione del regno; e Carlo, morto il fratello, fu riconosciuto re con il consenso di tutti i Franchi.

4-Ho stabilito di sorvolare sulla sua nascita, infanzia e fanciullezza , poiché né mai alcunché di questo è stato messo per iscritto, né si trovano testimoni che dicano di aver notizia di ciò: pertanto, giudicando sciocco scriverlo, trascurate le vicende sconosciute, sono passato a gesta, costumi e parti della sua vita  che si possono narrare e dimostrare ; tuttavia in modo di non trascurare nulla di quel che è degno o necessario a conoscersi, prima nelle imprese in patria e fuori, poi nei suoi costumi e interessi, e finalmente nella amministrazione del regno e nella fine della sua vita.

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A questo punto Eginardo comincia a narrare le guerre intraprese da Carlo, che gli impegnarono molti anni della sua vita.

La prima fu in Aquitania contro Gualfario ed il suo successore Hunoldo e si concluse con un grande vittoria piena ed il pieno dominio della regione, unito a quello della Guascogna, il cui capo Lupo preferì non combattere e mettere in potestà di Carlo se stesso e la sua provincia. Viene poi la guerra ai Longobardi, combattuta su richiesta di papa Adriano, come papa Stefano lo aveva chiesto a suo padre Pipino, che s’era trovato di contro il re Astolfo che, vinto, dovette rendere al papa città e castelli di cui s’era impossessato.     Carlo invece dovette vincere e catturare Desiderio, cacciare dall’Italia il figlio Adelchi e domare Rodgauso, prefetto del Friuli, che si stava ribellando. Per questa campagna d’Italia Carlo dovette con molta fatica attraversare le Alpi superando gioghi senza strade, picchi svettanti al cielo ed aspre rupi. Il risultato di questa guerra – scrive Eginardo – fu l’Italia sottomessa, il re Desiderio deportato in esilio perpetuo, suo figlio Adelchi scacciato dall’Italia, ed i beni rubati dai re longobardi restituiti al rettore della chiesa romana.

NOTA: 1- Eginardo nel tessere le lodi di Carlo tralascia di annotare che i figli di Carlomanno furono dallo zio spodestati dal trono, coprendo l’usurpazione con il volere del popolo; 2- Sappiamo da Gregorovius che Carlo attraversò le Alpi dal Moncenisio nel 773, e già nel 774 aveva conquistato il regno dei Longobardi divenendone il re. 3- Bisogna ricordare che nel 770 Carlo, a 28 anni, indotto dalla madre Berta, aveva spostato Desiderata alias Ernengarda, figlia di Re Desiderio, ripudiata l’anno successivo suscitando la forte riprovazione materna.

Continua

Luciano Magnalbò