Roma– La presidente dell’Assemblea capitolinaOn.Svetlana Celli:“L’apertura delle stazioni Porta Metronia e Colosseo–Fori Imperiali segna un passaggio fondamentale nel completamento e nel rafforzamento della linea C della metropolitana. Per chi, come me, vive nella periferia est, questo momento ha un valore anche di grande soddisfazione personale. È una giornata storica. Vedere la Metro C arrivare nel cuore di Roma significa riconoscere che lo sviluppo della città passa dall’integrazione dei territori e dal superamento delle distanze tra centro e periferie. Queste nuove stazioni sono un simbolo concreto di una Roma più unita, più accessibile e più equa. È un risultato frutto di un grande lavoro di squadra. Ringrazio in particolar modo tutte le lavoratrici e i lavoratori che hanno contribuito a raggiungere questo importante obiettivo”.
Così in una nota la presidente dell’Assemblea capitolinaOn.Svetlana Celli.
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Roma– La presidente dell’Assemblea capitolina, On.Svetlana Celli, ha partecipato questa mattina alla cerimonia di inaugurazione del nuovo ingresso del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, in largo Antonio Cavallaro, all’uscita della stazione ferroviaria Gemelli.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
“E’ un intervento di grande valore e un passo in avanti per facilitare e migliorare l’accesso all’ospedale Gemelli. Consente di raggiungere il Policlinico in modo più diretto e sicuro, a piedi o in auto, migliorando la viabilità interna, e rendendo più agevole l’arrivo di pazienti, visitatori e mezzi di soccorso. Si tratta di un’opera significativa, realizzata grazie ai fondi del Giubileo 2025 e al contributo della Fondazione Policlinico Gemelli, frutto dell’impegno congiunto di Comune di Roma, Regione Lazio e del Municipio XIV. È un esempio concreto di come la collaborazione tra istituzioni e realtà sanitarie di eccellenza possa tradursi in risultati utili per la comunità”, afferma la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 5 settembre 2025 – la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli: “Domani sarò in Piazza del Campidoglio per la manifestazione a sostegno della Global Sumud Flotilla, impegnata a portare aiuti alla popolazione palestinese. Insieme alle forze politiche che hanno aderito, ai sindacati, alle associazioni e a tanti cittadini, faremo sentire con forza la nostra voce per fermare la barbarie che si sta consumando nella Striscia di Gaza. Roma vuole la pace. È il momento di farsi sentire con responsabilità e determinazione, per chiedere all’Italia e al Governo da che parte stare. Noi siamo dalla parte dei civili innocenti, dei diritti umani, della legalità internazionale”.
On.Svetlana Celli
Così in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 28 agosto 2025 – presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.“Stupiscono le dichiarazioni della segretaria romana di Forza Italia, Luisa Regimenti sulle periferie di Roma e sulla necessità di portare il modello New York nella Capitale. Pur sapendo benissimo che le questioni di ordine pubblico sono materia governativa e non comunale, non perde occasione per attaccare il sindaco Gualtieri invece di andare a bussare a Palazzo Chigi. Occorre allora fare ordine e ricordare all’esponente politica romana che la Giunta capitolina è dal suo insediamento in prima linea per la riqualificazione delle periferie, con interventi concreti di rigenerazione urbana, la creazione di nuovi spazi pubblici e il rilancio del tessuto sociale. Un impegno che si traduce anche in importanti investimenti finanziati anche dal Pnrr e in un’azione costante dell’Assessorato alle Periferie, che lavora quotidianamente a stretto contatto con i territori e le istituzioni locali. Un lavoro che parte dall’ascolto delle realtà associative e dal confronto con i cittadini, con l’obiettivo di trovare soluzioni condivise per prevenire e contrastare episodi di violenza e criminalità con la presenza di infrastrutture fisiche e sociali che siano da argine ai comportamenti illegali. Sul fronte strettamente dell’ordine pubblico, il Campidoglio è quotidianamente impegnato in un clima di piena collaborazione istituzionale con la Prefettura e le forze dell’ordine, per dare il supporto dell’amministrazione al fine di garantire più sicurezza e più vivibilità in tutti i quartieri della città. Stia tranquilla Regimenti, perché quello che non manca a questa amministrazione è l’ascolto e la condivisione, anche con le opposizioni, sempre in un clima di leale collaborazione istituzionale”.
Lo dichiara in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 27 agosto 2025 – presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli:”Vicinanza e solidarietà a Valeria Campagna vicesegretaria del Partito Democratico del Lazio e consigliera comunale di Latina, e ad Alessia Morani, già sottosegretaria al Mise e candidata alle elezioni regionali nelle Marche, che in queste ore hanno denunciato la pubblicazione non consensuale di loro immagini personali su forum e siti online corredati da commenti sessisti, volgari e violenti.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
Si tratta di episodi gravissimi che ledono la dignità delle persone coinvolte e che destano profondo sconcerto. Non possiamo più tollerare che esistano spazi virtuali che alimentano odio, violenza e discriminazione di genere. È necessario che le istituzioni, la politica e la società civile facciano fronte comune per difendere i diritti delle donne e garantire un ambiente, reale e digitale, rispettoso e sicuro.
Quello che oggi è accaduto a loro potrebbe colpire chiunque di noi in qualsiasi momento.
Per questo la battaglia contro questi abusi riguarda tutte e tutti, senza eccezioni”.
Così in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 3 agosto 2025 – La presidente dell’Assemblea capitolina On. Svetlana Celli “Un’emozione profonda quella vissuta in questi giorni a Roma in occasione del Giubileo dei Giovani. Vedere la nostra città pacificamente travolta da circa un milione di ragazze e ragazzi provenienti da ogni parte del mondo, con i loro colori, la loro gioia e la loro voglia di costruire comunità, è stato un segno potente di speranza e fraternità.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
La veglia di sabato sera a Tor Vergata e la messa con Papa Leone XIV di questa mattina hanno rappresentato il culmine di una settimana intensa e straordinaria, in cui Roma ha mostrato il meglio di sé. Con orgoglio possiamo dire che la Capitale è stata all’altezza di un evento mondiale, dimostrando una capacità di accoglienza, dialogo e organizzazione che può essere un modello per tutto il Paese.
Un sentito ringraziamento al sindaco Roberto Gualtieri, in qualità di Commissario straordinario di Governo, a tutte le istituzioni coinvolte, alle forze dell’ordine, alla Protezione Civile nazionale e comunale, alla Polizia Locale e alle migliaia di volontari che hanno reso possibile tutto questo, garantendo sicurezza, ordine e serenità per tutti.
È stato un grande lavoro di squadra, frutto di impegno, dedizione e spirito di servizio. Ho vissuto personalmente la straordinaria emozione della veglia di sabato, incontrando tanti giovani pieni di entusiasmo e desiderio di costruire un futuro di pace. È da questa energia che dobbiamo continuare a trarre ispirazione”.
Così in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 30 luglio 2025 – Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli:”L’Assemblea capitolina è pronta a fare la sua parte e a seguire con attenzione l’iter della riforma di Roma Capitale. Si tratta di un momento cruciale per il futuro della città, che deve trovare la più ampia convergenza politica possibile nel percorso parlamentare avviato con l’approvazione del disegno di legge costituzionale da parte del Consiglio dei Ministri. Come ribadito più volte, Roma ha bisogno di poteri e risorse adeguati. Da oggi si apre un confronto costruttivo, con l’auspicio che si possa finalmente giungere a un risultato storico. Ringrazio il sindaco Gualtieri, che sta portando avanti un’interlocuzione seria, responsabile e improntata a un forte senso delle istituzioni con il Governo. Questa non deve essere una conquista di una parte politica o dell’altra, ma un risultato condiviso, nell’interesse di Roma”.Lo afferma in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
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Roma, 18 luglio 2025 – Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli “Le parole del Sindaco Gualtieri sono state volutamente estrapolate dal contesto da chi, come Trancassini, preferisce una polemica sterile al confronto sui fatti. Il Sindaco ha fatto un discorso chiaro e onesto, sottolineando quanto le periferie abbiano bisogno di investimenti straordinari, e quanto questa amministrazione stia lavorando per garantirli, dopo anni di abbandono. In tanti quartieri fuori dal centro stanno arrivando risorse enormi, grazie a progetti concreti e una visione senza precedenti. Basti ricordare il grande intervento di rigenerazione urbana e sociale a Tor Bella Monaca e a Corviale, così quanto si sta realizzando con i piani di zona e i toponimi in diverse aree dando finalmente risposte ai cittadini dopo anni di attesa. È sotto gli occhi di tutti l’impegno dell’amministrazione, che per la prima volta ha istituito un Assessorato dedicato alle periferie proprio per affrontare il tema con serietà. Dispiace che Fratelli d’Italia finga di non vedere tutto questo solo per sferrare un becero attacco al Sindaco. Ma i cittadini sanno distinguere chi lavora ogni giorno sul campo da chi si limita a fare propaganda”.
Così in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 23 giugno 2025 – Questo pomeriggio lapresidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli, insieme al sindaco di Roma Roberto Gualtieri, ha visitato i nuovi spazi ristrutturati al piano terzo della sede di via della Greca, destinati agli uffici dell’Assemblea capitolina. Presenti anche il direttore Angelo Gherardi e consiglieri capitolini. L’intervento si inserisce in un più ampio piano di razionalizzazione e riorganizzazione degli spazi riservati ai gruppi consiliari e alle commissioni capitoline, avviato nel 2024 e proseguito nel 2025, con l’obiettivo di ottimizzare le risorse, migliorare la funzionalità delle sedi istituzionali e contenere i costi per l’amministrazione. “Stiamo costruendo un piccolo polo istituzionale moderno e funzionale capace di offrire uffici adeguati all’attività politica e amministrativa, migliorando al tempo stesso l’organizzazione e l’efficienza dell’Assemblea capitolina. Ringrazio il Sindaco Gualtieri per la sua presenza che testimonia l’importanza di questo percorso condiviso”, afferma la presidente On.Svetlana Celli. “I locali di via della Greca sono stati completamente riqualificati grazie alle risorse stanziate in assestamento di bilancio e al supporto di Risorse per Roma. Oggi ospitano nuove postazioni di lavoro, due sale riunioni, spazi archivio ottimizzati e interventi di sostenibilità ambientale come gli erogatori di acqua pubblica. L’operazione ha anche un’importante ricaduta economica, in quanto consente di evitare nuovi fitti passivi, nonostante l’aumento in questa consiliatura dei gruppi politici, valorizzando immobili già di proprietà di Roma Capitale. Tra gli altri spazi rinnovati ci sono anche le sedi di via Petroselli, via D’Annunzio, piazza Trevi, circonvallazione Ostiense e via Civiltà del Lavoro. Un percorso coerente con gli obiettivi di sostenibilità e razionalizzazione delle risorse pubbliche”, spiega la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 23 giugno 2025 – Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli:“Il Pnrr sta rappresentando una sfida cruciale per Roma e per una rigenerazione urbana e sociale. È stata un’occasione straordinaria che ha attivato investimenti mirati al rilancio e allo sviluppo del tessuto urbano, con particolare attenzione alle periferie come ad esempio con i PUI Tor Bella Monaca e Corviale. Ora, però, dobbiamo guardare oltre il 2026 e proiettarci verso il quinquennio 2027–2032, per raccogliere i frutti del grande sforzo progettuale, realizzativo e di governance che abbiamo messo in campo. E’ prioritario completare i progetti in corso, ma anche metterli a sistema nel medio-lungo periodo. Questo significa adottare una visione più ampia del nostro impegno amministrativo facendo ancora più squadra. L’Assemblea capitolina, attraverso la Commissione Pnrr, e con il lavoro delle sue varie articolazioni, intende continuare a svolgere un ruolo centrale in questo percorso virtuoso per la città. Ringrazio la Commissione Pnrr per avere promosso un’iniziativa di grande importanza e trasparenza per fare il punto sullo stato dell’arte”.
Così la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli, intervenuta questa mattina in apertura dell’iniziativa “Il Pnrr e l’agenda urbana” promossa dalla Commissione speciale Pnrr di Roma Capitale.
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Roma, 20 giugno 2025 – On.SvetlanaCelli il Colosseo illuminato d’arancione –Questa sera il Colosseo si illuminerà di arancione in occasione della Giornata mondiale della distrofia muscolare, per sensibilizzare l’opinione pubblica su una malattia rara e ancora poco conosciuta. L’iniziativa nasce su volontà dell’Assemblea capitolina, che ha approvato una mozione a firma della presidente Svetlana Celli.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
“Vogliamo portare l’attenzione su una malattia che incide profondamente sulla qualità della vita di chi ne è colpito, ed essere concretamente al fianco delle persone con distrofia muscolare e delle loro famiglie. Come istituzioni abbiamo il dovere di promuovere la consapevolezza, sostenere la ricerca e contribuire alla diffusione dell’informazione. Come Roma Capitale, nel 2023, abbiamo istituito l’Osservatorio Capitolino Permanente sulla condizione delle persone con disabilità, un organismo tecnico-scientifico che non è solo un atto formale di risposta alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ma un’azione reale di cambiamento”, dichiara la presidente dell’Assemblea capitolinaSvetlana Celli,intervenuta questa mattina durante l’XI Convegno nazionale FSHD.
“Illuminare di arancione un monumento come il Colosseo significa accendere una luce sulla realtà quotidiana di tante persone e ribadire il nostro impegno per una società più solidale e consapevole. Ringrazio il Parco archeologico del Colosseo e Acea Areti che hanno reso possibile questo gesto di grande valore simbolico. È anche un modo per affermare che la lotta contro le malattie rare riguarda tutti e che l’inclusione è un obiettivo che dobbiamo perseguire ogni giorno, con responsabilità e determinazione”, conclude la presidente Celli.
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Roma, 19 novembre 2024 –MunicipioVI– On. Svetlana Celli:”Esprimo soddisfazione per l’approvazione da parte della Giunta Capitolina del progetto di fattibilità per la riqualificazione dell’area verde di via Marcello Candia a Villaggio Falcone nel Municipio VI di Roma, parte integrante del piano ‘100 parchi per Roma’. Si tratta di un intervento significativo, che permetterà di restituire ai cittadini e alle famiglie uno spazio pubblico oggi in stato di abbandono, trasformandolo in un parco moderno, sicuro e accogliente. È un passo concreto verso la rigenerazione delle nostre periferie, troppo a lungo trascurate, e dimostra l’attenzione della nostra amministrazione per migliorare la qualità della vita. Con un investimento di 1,6 milioni di euro, l’area diventerà un luogo di socialità e benessere, dotato di nuovi percorsi pedonali, aree gioco, attrezzature sportive e spazi verdi riqualificati. Interventi come questo confermano il nostro impegno nel ricucire il tessuto urbano, promuovendo inclusione e vivibilità in ogni quartiere della nostra città.
Sabrina Alfonsi ,Assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale.
Ringrazio la Giunta e in particolare l’Assessora Alfonsi per questo risultato”.
Così in una nota la Presidente dell’Assemblea Capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 19 novembre 2024 – Si è svolta questa mattina, nell’Aula Giulio Cesare in Campidoglio, l’iniziativa“Roma Capitale e le imprese insieme contro la violenza sulle donne”, organizzata dalla Presidenza dell’Assemblea Capitolina e dall’Assessorato alle Attività Produttive e Pari Opportunità.
Roberto Gualtieri sindaco di Roma Capitale
L’evento rientra nel programma di appuntamenti promossi da Roma Capitale in occasione della ‘Giornata internazionale contro la violenza sulle donne’, che si celebra il 25 novembre, ed è stato un’importante occasione di confronto tra istituzioni e aziende impegnate a favore della parità di genere e contro la violenza sulle donne.
On.Svetlana Celli
Hanno partecipato il Sindaco di RomaRoberto Gualtieri, la Presidente dell’Assemblea CapitolinaSvetlana Celli e l’Assessora alle Attività Produttive e Pari OpportunitàMonica Lucarelli. L’incontro, moderato dalla caporedattrice del TGR LazioAntonella Armentano, ha visto gli interventi di:Simona Petrozzi (Camera di Commercio di Roma),Simonetta Radi (Unicoop Tirreno),Stefania Mastroeni (IKEA Italia),Delia Ciccarelli (McDonald’s Italia),Paola Accornero (Carrefour Italia),Laura De Chiara (Aquatime),Alice Ferranti (Pandora Lab),Patrizia Brognoli (Decathlon Italia) eMelissa Fortunato (Cioccolateria Origine LCL).
Roma Capitale- Assessora Monica Lucarelli
“Ci sono tanti tipi di violenza. Una è sicuramente quella che purtroppo ancora viene esercitata sulle donne nella sfera lavorativa. A cominciare dalle disparità salariali fino all’assenza di un’autonomia economica che in famiglia non permette alle donne di essere indipendenti dal partner. All’origine di tante violenze fisiche c’è spesso proprio l’impossibilità materiale delle donne di separarsi da mariti e compagni. Si può e si deve fare di più, a tutti i livelli, e molto possono fare le imprese dando l’esempio concreto di un mondo del lavoro più giusto. Combattere la disparità di genere non significa solo migliorare la condizione di vita delle donne ma soprattutto contribuire a creare una società migliore. Per tutti”. Lo afferma il Sindaco di RomaRoberto Gualtieri.
“Le aziende giocano un ruolo fondamentale nella lotta contro la disuguaglianza e la violenza di genere. Le loro campagne di sensibilizzazione, capaci di arrivare direttamente al cuore delle persone, possono generare una consapevolezza diffusa e promuovere un cambiamento culturale profondo. Iniziative come quella promossa oggi in Campidoglio sono cruciali per creare una rete virtuosa tra istituzioni e imprese, moltiplicando l’impatto delle azioni intraprese. Con il loro esempio e la loro forza comunicativa, le aziende rappresentano un pilastro essenziale per costruire una società equa e inclusiva. Solo unendo le forze possiamo davvero fare la differenza”, ha dichiarato la Presidente dell’Assemblea CapitolinaSvetlana Celli.
“La violenza sulle donne si eliminerà solo quando sarà ridotto drasticamente il divario di genere, obiettivo che si può raggiungere solo lavorando insieme, istituzioni, imprese e associazioni. Oggi abbiamo compiuto un passo importante in questa direzione. Ridurre il gender gap non è solo un atto di giustizia sociale, ma anche una leva per la crescita economica dei territori. Il Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato che con la drastica riduzione del gender gap il PIL dei paesi in via di sviluppo aumenterebbe del 6%, quello dell’UE del 2% entro il 2030. La violenza spesso è invisibile, come quella economica, che priva di indipendenza e intrappola in contesti di abuso. Serve un cambio di paradigma: educare alla parità, nelle famiglie e nelle imprese, significa costruire una società dove chi sta meglio lavora meglio e vive meglio”, ha dichiaratoMonica Lucarelli, Assessora alle Attività Produttive e Pari Opportunità di Roma Capitale.
Durante l’incontro, le aziende hanno illustrato i loro progetti a sostegno delle donne e contro la violenza di genere.Coop ha presentato la campagna “Il silenzio parla”, che abbina un packaging dedicato a un podcast con storie di violenza raccontate da uomini, distribuito attraverso oltre 800 mila confezioni di pasta.IKEA, con “The Red Flag Tag”, trasforma i cartellini dei prodotti in campanelli d’allarme della violenza diffondendo il numero 1522.McDonald’s promuove il messaggio “Non sei sola, lasciati aiutare” tramite adesivi nei bagni dei ristoranti per sensibilizzare sulle risorse di aiuto.Carrefour Italia,insieme all’Associazione DonneXStrada, ha trasformato una prima selezione di punti vendita, tra cui gli H24, in “Punti Viola”, luoghi sicuri per le persone, formati contro la violenza di genere e per la sicurezza in strada. Aquatime sensibilizza il personale a riconoscere i segnali di chi subisce violenza.Pandora Lab adotta il protocollo Federvivo/AGIS contro gli abusi nel mondo dello spettacolo.Decathlon punta su formazione e inclusione con tirocini per donne vittime di violenza e ha ottenuto la certificazione UNI PdR 125 per le pari opportunità. Infine,Cioccolateria Origine LCL diffonde il numero 1522 attraverso una campagna nazionale con packaging dedicati.
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Roma Capitale , 11 novembre 2024 – On.Svetlana Celli:“Oggi sono stati presentati i dati dell’indagine ACOS sulla qualità della vita e dei servizi pubblici locali a Roma. Anche quest’anno emerge un quadro positivo, con una media complessiva di 6.60, che conferma il trend favorevole dei primi tre anni di mandato della Giunta Gualtieri. È incoraggiante riscontrare una distribuzione omogenea dei giudizi su tutti i territori e Municipi, un segnale importante che ci stimola a proseguire con determinazione nel percorso di trasformazione e rilancio della città.
On.Svetlana Celli
Ringraziamo ACOS per il prezioso contributo che, attraverso questa indagine, ci permette di comprendere con obiettività le percezioni dei cittadini sui servizi e di orientare le nostre azioni verso un miglioramento costante. Il rapporto evidenzia i punti di forza, ma offre anche indicazioni su ambiti che richiedono ulteriori interventi mirati. In quest’ottica, ad esempio, il progetto del termovalorizzatore risulta essenziale per un cambiamento sostanziale nella gestione dei rifiuti.
Siamo consapevoli, inoltre, che i numerosi cantieri per il Giubileo e il PNRR impattano temporaneamente sulla qualità della vita, ma sono investimenti cruciali per una Roma più vivibile, moderna e inclusiva. Siamo certi che questi lavori contribuiranno a ridurre le disuguaglianze tra centro e periferie.
Accogliamo dunque con grande senso di responsabilità e attenzione i risultati dell’indagine ACOS, che rappresentano un riferimento concreto per rafforzare l’efficacia della nostra azione e rispondere con sempre maggiore puntualità ai bisogni della comunità”.
Così in una nota la Presidente dell’Assemblea Capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 10 novembre 2024 – “Sentire dal Presidente del Municipio VI che Roma Capitale e i consiglieri capitolini del territorio sarebbero assenti e disinteressati sul tema Rocca Cencia è un’offesa alla verità e alle istituzioni”.
On.Svetlana Celli
Lo dichiara in una nota la Presidente dell’Assemblea Capitolina, On.Svetlana Celli.
“Dal nostro insediamento, abbiamo trovato una situazione critica sul fronte dei rifiuti. Per affrontarla, abbiamo aperto un dialogo con le realtà locali che da anni si oppongono all’impianto di Rocca Cencia. Abbiamo organizzato incontri e sopralluoghi per raccogliere testimonianze e proposte, e reso trasparente, aprendolo ai cittadini, un sito per lungo tempo inaccessibile. Tra i passi più importanti, la decisione di dismettere il Tmb, che ora funziona solo come impianto di trasferenza con minori volumi di rifiuti. È abbastanza? No, e siamo consapevoli dell’impatto odorigeno sul territorio, ma è in corso l’iter per la sua conversione in impianto multimateriale, mentre aspettiamo l’apertura del termovalorizzatore, che porterà finalmente Roma al livello delle altre capitali europee in tema di gestione e di chiusura del ciclo dei rifiuti.
On.Svetlana Celli presidente dell’Assemblea capitolina
La nostra presenza e il nostro impegno sono testimoniati dai cittadini. Invitiamo quindi il Presidente del Municipio VI a svolgere il suo ruolo come rappresentante di tutti i cittadini, senza strumentalizzare questioni delicate a fini propagandistici.
Da parte nostra continueremo con responsabilità a lavorare per migliorare una criticità che è da sempre tra le nostre priorità incontrando e informando la popolazione. E speriamo che su temi così importanti ci sia un fronte unito, lontano da divisioni politiche o interessi personali”, conclude l’ On.Svetlana Celli,Presidente dell’Assemblea Capitolina.
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Roma, 25 ottobre 2024 – “L’Assemblea Capitolina oggi ha compiuto un importante passo avanti per una Roma più inclusiva e sostenibile, approvando le delibere per il nuovo Regolamento per gli Orti Urbani Comunitari e quello sui Poli Civici Integrati di Mutualismo Sociale”.
Ad affermarlo in una nota la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
Presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli
“Con il Regolamento sugli Orti Urbani – spiega – valorizziamo questi spazi come autentici beni comuni, frutto di una collaborazione tra cittadini e istituzioni. Gli orti urbani non solo contribuiscono al miglioramento del verde pubblico e promuovono la filiera corta, ma sono anche luoghi di partecipazione attiva, dove i cittadini rafforzano il proprio legame con l’ambiente e con il territorio, favorendo la coesione sociale e l’integrazione interculturale.
Il Regolamento sui Poli Civici Integrati, inoltre, fornisce un quadro normativo che permette di rafforzare il welfare di prossimità, dando risposte concrete ai bisogni locali. Con questa delibera, i poli civici potranno ampliare il loro raggio di azione con servizi sociali, attività formative e spazi per lo sviluppo delle comunità, consolidando un sistema in cui il terzo settore e le associazioni sono partner strategici per il benessere di Roma”.
“Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito all’approvazione di queste due delibere, a partire dai consiglieri firmatari delle proposte, dagli uffici comunali alle Commissioni competenti, fino ai Municipi e ai rappresentanti del movimento degli orti urbani e dei poli civici. Con queste delibere, Roma conferma il proprio impegno per una città che cresce insieme ai suoi cittadini, sempre più partecipativa e vicina alle esigenze della comunità”, conclude la presidente dell’Assemblea Capitolina, On.Svetlana Celli.
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Roma, 16 ottobre 2024 – “Il Rastrellamento del Ghetto di Roma, avvenuto il 16 ottobre 1943 per mano delle truppe naziste, rappresenta una ferita indelebile nella nostra storia. Ricordare le vittime di quella ferocia che colpì la comunità ebraica romana è essenziale per mantenere viva la nostra coscienza collettiva e per impedire che simili orrori si ripetano. Ogni giorno dobbiamo impegnarci per promuovere la pace, la convivenza e i diritti umani, affinché possiamo dire mai più a intolleranza, razzismo, odio e dolore. Solo attraverso la memoria educhiamo le nuove generazioni al rispetto reciproco e costruiamo un futuro di giustizia e solidarietà”.
Così in una nota la Presidente dell’Assemblea Capitolina On.Svetlana Celli.
La storia delrastrellamento del ghetto di Roma
Ilrastrellamento del ghetto di Romafu una retata effettuata da truppetedescheappartenenti alleSSo alla polizia d’ordine (Ordnungspolizei), con la collaborazione dei funzionari del regime fascista dellaRepubblica Sociale Italianatra le ore 05:30 e le ore 14:00 di sabato 16 ottobre 1943 (da cui il ricordo di questo giorno comeSabato nero), che portò all’arresto di 1 259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, quasi tutti appartenenti allacomunità ebraica romana. Gli arresti vennero attuati principalmente in via delPortico d’Ottaviae nelle strade adiacenti ma anche in altre differenti zone della città di Roma[1][2].
Dopo il rilascio di un certo numero di componenti di famiglie di sangue misto (mischlinge) o stranieri, 1 023 rastrellati furono deportati direttamente alcampo di sterminiodiAuschwitz[3]. Soltanto 16 di loro sopravvissero (15 uomini e una donna,Settimia Spizzichinomorta nel 2000)[4].
Gli ebrei a Roma
I primi ebrei si erano insediati a Roma nel II secolo a.C. e la loro consistenza aumentò sensibilmente dopo laprima guerra giudaicacondotta dal futuro imperatoreTito(66-70 d.C.).
Pio IX, nel 1848, abbatté le mura del ghetto e liberalizzò la residenza degli ebrei a Roma[7]. Il rione, tuttavia, continuò ad essere abitato, in stragrande maggioranza, da cittadini di religione ebraica.
Nel settembre del 1943, la comunità ebraica romana contava tra le 8 000[8]e le 12 000[9]persone.
Il 24 settembre successivo, Himmler fu più esplicito: in un telegramma segreto e strettamente riservato per il colonnello Kappler disponeva che “tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso e condizione, dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”[8].
Nel pomeriggio di domenica 26 settembre 1943, Kappler convocò presso il proprio ufficio aVilla Wolkonskyil Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ugo Foà, e quello dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,Dante Almansi, intimando loro la consegna, entro trentasei ore, di almeno 50 chilogrammi d’oro, minacciando, prima, la deportazione di duecento ebrei romani verso la Germania, poi, di tutta la comunità ebraica[11]. In cambio dell’oro, Kappler promise agli ebrei l’incolumità[12].
Il Tempio maggiore all’interno del ghetto di Roma
La mattina dopo iniziò la raccolta dell’oro all’interno delTempio maggiore (sinagoga). Nel pomeriggio laSanta Sede, informata del ricatto di Kappler, comunicò in via ufficiosa che avrebbe autorizzato un prestito in lingotti d’oro sino al raggiungimento dei 50 chilogrammi richiesti dalla polizia tedesca, ma ciò non fu necessario[13].
Alle ore 18 di martedì 28, dopo una proroga dei termini di quattro ore, accordata dallo stesso Kappler, i capi della Comunità ebraica romana si presentarono a Villa Wolkonsky per la consegna dell’oro. Kappler li fece accompagnare da una scorta nel vicino edificio diVia Tasso 155, dove l’oro fu pesato per ben due volte e alla fine risultò pesare 50,3 chilogrammi[14].
Kappler spedì immediatamente l’oro aBerlino, al capo dell’ufficio centrale per la sicurezza del Reich, generaleErnst Kaltenbrunner, con una lettera di accompagnamento nella quale si esprimevano perplessità sulla fattibilità della deportazione e si suggeriva di utilizzare gli ebrei romani come mano d’opera per lavoro obbligatorio[15].
Kaltenbrunner rispose sdegnato: “È precisamente l’estirpazione immediata e completa degli ebrei in Italia nell’interesse speciale della situazione politica attuale e della sicurezza generale in Italia”. A guerra finita, l’oro fu trovato intatto nella cassa, in un angolo dell’ufficio di Kaltenbrunner[16].
Nei primi giorni di ottobre arrivò a Roma con uno staff di una decina di uominiTheodor Dannecker, collaboratore diEichmanne dotato di esperienza acquisita nell’organizzare la deportazione degli ebrei da diverse città europee[17], il quale chiese a Kappler collaborazione logistica e operativa per la progettata deportazione degli ebrei romani. «Gli risposi – avrebbe dichiarato Kappler alprocesso del 1948che lo vide imputato – di rivolgersi al commissarioRaffaele Alianello, della polizia fascista, che faceva da collegamento con quella tedesca e costui fornì venti agenti»[18]. Scrive lo storico Bruno Maida: «Alloggi, forze da utilizzare, la schedatura completa degli ebrei romani: Dannecker ebbe in poche ore tutti gli strumenti per organizzare la “caccia” nella città. Altri quattordici ufficiali e sottufficiali tedeschi, seguiti da trenta militi, lo raggiunsero nei giorni seguenti, portando con loro l’esperienza acquisita nella caccia agli ebrei in Europa orientale»[19].
Il 14 ottobre successivo, Kappler ordinò il saccheggio delle due biblioteche della Comunità ebraica e del Collegio rabbinico e fece caricare due vagoni ferroviari diretti inGermaniacon materiale di inestimabile valore culturale[1]. Gli agenti di Kappler portarono via anche gli elenchi completi dei nomi e degli indirizzi degli ebrei romani[16]. Alla successiva individuazione dei domicili collaborarono anche i commissari di pubblica sicurezza Raffaele Aniello e Gennaro Cappa[1].
Lo stesso giorno, Kappler inviò una lettera al comandante del campo di sterminio diAuschwitz,Rudolf Höss, comunicandogli che avrebbe ricevuto intorno al 22-23 ottobre un carico di oltre 1 000 ebrei italiani e di prepararsi a concedere loro il “trattamento speciale”.
La retata
All’alba di sabato 16 ottobre1943, giorno festivo per gli ebrei, scelto appositamente per sorprenderne il più possibile, 365 uomini della polizia tedesca, coadiuvati da quattordici ufficiali e sottufficiali, effettuarono il rastrellamento in maniera mirata (grazie alcensimento degli ebreisvolto anni prima dalgoverno Mussolini[20]) degli appartenenti alla comunità ebraica romana[1]. Nessun italiano fu ritenuto abbastanza fidato da Kappler per partecipare all’azione[1]. Un centinaio di uomini circa furono destinati all’operazione all’interno del ghetto e i rimanenti nelle altre zone della città.
A parte l’Einsatzkommandodi Dannecker (meno di dieci persone), le forze tedesche che attuarono il rastrellamento erano composte in prevalenza da uomini della polizia d’ordine (Ordnungspolizei), in numero di oltre trecento, provenienti da tre unità «formate pochi mesi prima e composte prevalentemente da riservisti», le quali «si trovavano a Roma per sorvegliare le strade d’accesso alla “città aperta” e le sedi ufficiali delle forze di occupazione tedesca, compreso ilcarcere di Regina Coeli»[21]. Più in specifico furono coinvolte le seguenti unità della Ordnungspolizei: la quinta compagnia del II battaglione del 15º reggimento di SS e polizia, proveniente dall’Alsazia-Lorena; l’undicesima compagnia del III battaglione del 12º reggimento, proveniente daAmburgo; la terza compagnia del I° battaglione del 20º reggimento, proveniente dall’Austria[22].
I tedeschi operarono prima bloccando gli accessi stradali e poi evacuando un isolato per volta e radunando man mano le persone rastrellate in strada. Anziani, invalidi e malati furono gettati con violenza fuori dalle loro abitazioni[23]; si videro bambini terrorizzati che si aggrappavano alle gonne delle madri e donne anziane che imploravano invano pietà[24]. Nonostante la brutalità dell’operazione, le grida e le preghiere strazianti, i rastrellati si ammassarono abbastanza disciplinatamente, tanto che, a detta di Kappler, non fu necessaria l’esplosione di alcun colpo di arma da fuoco[3].
I 1 259 complessivamente rastrellati, molti di loro ancora vestiti per la notte, vennero caricati in camion militari coperti da teloni e trasportati provvisoriamente presso ilCollegio MilitarediPalazzo Salviatiinvia della Lungara82-83[25]; rimasero nei locali e nel cortile del collegio per circa trenta ore, separati per genere ed in condizioni assolutamente disagiate[1]. Tra essi vi fu anche un neonato, partorito il 17 ottobre dalla ventiquattrenne Marcella Perugia[26].
Il rapporto sull’operazione inviato via radio da Kappler al generale delle SSKarl Wolff, documento poi presentato durante il processo adAdolf Eichmanndall’accusa, recita:
«Oggi è stata iniziata e conclusa l’azione antigiudaica secondo un piano preparato in ufficio che consentisse di sfruttare maggiori eventualità. Sono state messe in azione tutte le forze a disposizione dellapolizia di sicurezzaedi ordine. In vista della assoluta sfiducia nella polizia italiana, per una simile azione, non è stato possibile chiamarla a partecipare. Perciò sono stati possibili singoli arresti con 26 azioni di quartiere in immediata successione. Non è stato possibile isolare completamente delle strade, sia per tener conto del carattere di Città Aperta sia, e soprattutto per l’insufficiente quantità di poliziotti tedeschi in numero di 365. Malgrado ciò nel corso dell’azione che durò dalle ore 5,30 alle 14,00 vennero arrestate in abitazioni giudee 1 259 individui, e accompagnati nel centro di raccolta della Scuola Militare. Dopo la liberazione dei meticci e degli stranieri (compreso un cittadino vaticano), delle famiglie di matrimoni misti compreso il coniuge ebreo, del personale di casa ariano e dei subaffittuari, rimasero presi 1 007 Giudei. Il trasporto fissato per lunedì 18 ottobre ore 9.
Accompagnamento di 30 uomini dellapolizia di ordine. Comportamento della popolazione italiana chiaramente di resistenza passiva; che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo.
Per es. in un caso, i poliziotti vennero fermati alla porta di un’abitazione da un fascista in camicia nera, con un documento ufficiale, il quale senza dubbio si era sostituito nella abitazione giudea usandola come propria un’ora prima dell’arrivo della forza tedesca.
Si poterono osservare chiaramente anche dei tentativi di nascondere i giudei in abitazioni vicine, all’irrompere della forza germanica ed è comprensibile che, in parecchi casi, questi tentativi abbiano avuto successo. Durante l’azione non è apparso segno di partecipazione della parte antisemita della popolazione: ma solo una massa amorfa che in qualche caso singolo ha anche cercato di separare la forza dai giudei.
Secondo lo storico Michael Tagliacozzo, ci sono molte probabilità che il fascista menzionato da Kappler siaFerdinando Natoni, riconosciuto comeGiusto tra le nazioniper aver salvato dal rastrellamento le gemelle Mirella e Marina Limentani[28].
Svariate decine, o addirittura centinaia di ebrei, riuscirono a salvarsi grazie all’aiuto del gerarca fascista Achille Afan de Rivera e di sua moglieGiulia Florio, che abitando a ridosso del ghetto, apalazzo Costaguti, permisero ai fuggitivi di entrare attraverso una porta di servizio e poi scappare dall’ingresso principale in una zona non sorvegliata. 16 famiglie rimasero nascoste all’interno dell’edificio, salvandosi solo grazie all’adesione politica del padrone di casa, che convinse gli ufficiali della Gestapo a non perquisire l’abitazione.[29]
La verifica dellostatusdei prigionieri condusse al rilascio di 237 di loro, identificati come cittadini stranieri, compreso uno di nazionalità vaticana, componenti di unioni o famiglie miste, compresi ipartnerebrei ed altri arrestati risultati di “razza ariana”[30]. Una giovane ventenne originaria diFerrara, tal Piera Levi, arrestata casualmente con la madre nel centro di Roma mentre si trovavano ospiti di alcuni parenti, saputo che né il suo nome né quello della madre risultavano negli elenchi delle persone ricercate, riuscì a convincereTheodor Dannecker, che le interrogò quel pomeriggio tramite un interprete, che entrambe erano cattoliche e lei stessa ebrea solo per metà, ottenendo il rilascio di entrambe[31]. Rimase nel gruppo una donna cattolica che si dichiarò ebrea per non abbandonare un giovane orfano molto malato che era stato affidato alle sue cure. Entrambi furono assassinati nellacamera a gasal loro arrivo adAuschwitz[23].
La deportazione
I deportati furono trasferiti allastazione ferroviaria Tiburtina, dove furono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame. Ad essi si aggiunse spontaneamente Costanza Calò, sfuggita alla retata, ma che non volle abbandonare il marito e i cinque figli catturati[32].
Il convoglio, partito alle 14.05 di lunedì 18 ottobre, giunse alcampo di concentramento di Auschwitzalle ore 23.00 del 22 ottobre ma i deportati rimasero chiusi nei vagoni sino all’alba[33]. Nel frattempo, uno o due anziani erano già periti e, a nord di Padova, un giovane, Lazzaro Sonnino, era riuscito a fuggire, gettandosi dal convoglio in movimento[34]. Il treno per Auschwitz fu accompagnato da un membro del commando di Dannecker (forse con altre due SS), e tra i quindici e venti uomini della Ordnungspolizei, tutti membri della quinta compagnia: questi furono «alloggiati per una notte in un edificio nei pressi del campo di Birkenau» e «fecero ritorno in Italia il giorno seguente, quando la maggior parte degli uomini, delle donne e dei bambini che erano su quel treno era già stata uccisa nelle camere a gas»[35].
Fatti uscire dai vagoni, i deportati vennero suddivisi in due schiere: da una parte 820, giudicati fisicamente inabili al lavoro e dall’altra 154 uomini e 47 donne, dichiarati fisicamente sani. Gli 820 del primo gruppo furono immediatamente condotti nelle camere a gas, mascherate da “zona docce” e uccisi. Quello stesso giorno, i loro cadaveri, lavati con un getto d’acqua e privati dei denti d’oro, furono bruciati nei forni crematori[36].
I deportati dell’altro gruppo furono in parte destinati ad altri campi di sterminio. Tornarono in Italia solo 15 uomini e 1 donna. Tra coloro che rimasero ad Auschwitz, sopravvisse soloCesare Di Segni. L’unica donna superstite,Settimia Spizzichino, sopravvisse alle torture diBergen-Belsen[36].
Il silenzio del Papa
Il Papa fu messo a conoscenza della razzia dalla principessa Enza Pignatelli, sua ex allieva, che aveva assistito in parte al rastrellamento e subito si era recata inVaticanochiedendo udienza al Pontefice, che la ricevette immediatamente.Pio XIIsi mise senza indugio in comunicazione telefonica con ilcardinale Segretario di StatoLuigi Maglioneperché prendesse informazioni e si interessasse della questione[37].
Seguì un colloquio tra il cardinale Maglione e l’ambasciatore tedesco presso il VaticanoErnst von Weizsäcker, al quale il segretario di Stato chiese di “intervenire in favore di quei poveretti”, lamentandosi per il fatto che “proprio a Roma, sotto gli occhi del Padre Comune, fossero fatte soffrire tante persone unicamente perché appartenenti a una stirpe determinata”. Alle richieste di Weizsäcker sul possibile comportamento della Santa Sede nel caso fossero continuati i rastrellamenti di ebrei, Maglione rispondeva che “La Santa Sede non vorrebbe essere messa nella necessità di dire la sua parola di disapprovazione”[38].
Weizsäcker propose allora e ottenne che la protesta vaticana fosse affidata a una lettera del rettore della Chiesa tedesca a RomaAlois Hudal. Questi fu appositamente contattato dal nipote del Papa, Carlo Pacelli[39]e inviò una lettera al generale comandante militare di RomaReiner Stahelin cui auspicava la “non reiterazione degli arresti, per evitare un intervento pubblico del Papa contro di questi”. Per il resto, Pio XII mantenne un riservato silenzio[40]. Tuttavia, stando ai documenti brittanici, l’intervento papale riuscì ad interrompere la razzia.[41]
Domenica 17 ottobre un funzionario dellaCittà del Vaticanosi recò al Collegio Militare limitandosi a chiedere il rilascio degli ebrei battezzati; nemmeno tale richiesta fu esaudita in quanto, in base alla legislazione tedesca allora in vigore, gli ebrei convertiti non cessavano di appartenere alla “razza ebraica”[26].
Comportamento vaticano dopo la deportazione
Solo il 25-26 ottobre, quando gli ebrei del ghetto erano già giunti ad Auschwitz e la maggioranza di essi era già stata soppressa, vi fu un articolo sull’Osservatore Romanomirante a giustificare il comportamento dellaSanta Sede, ma il cui contenuto appare quanto mai criptico per i non addetti ai lavori: “L’Augusto Pontefice… non ha desistito un solo momento dal porre in opera tutti i mezzi in suo potere per alleviare le sofferenze che in qualunque modo sono conseguenza dell’immane conflagrazione. Questa multiforme e incessante azione di Pio XII, in questi ultimi tempi si è anche maggiormente intensificata per le aumentate sofferenze di tanti infelici”[42].
Il 28 ottobre 1943 Weizsäcker nella sua relazione al Ministro degli esteri tedesco poteva rassicurare il governo nazista sul fatto che “Il Papa, benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma” e che “Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la spiacevole questione per il buon accordo tedesco-vaticano sia liquidata”.[43]
Ovviamente quando Weizsäcker affermava che “non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei” faceva riferimento a rastrellamenti di intere zone della città come quello del 16 ottobre; ma a Roma la caccia agli ebrei e la loro deportazione continuò, tant’è che tra le 335 vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatineben 75 erano appartenenti alla comunità ebraica romana, considerati “assimilabili” ai cosiddettiTodeskandidaten, ovvero i prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all’ergastolo e quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato ad una loro condanna a morte[44], sui quali avrebbe dovuto essere esercitata la rappresaglia tedesca per l’attentato di via Rasella.
Del resto, che la persecuzione degli ebrei romani continuasse anche dopo il rastrellamento del ghetto, è dimostrato dalla preoccupazione del Pontefice per la sorte degli ebrei romani scampati alla grande razzia: come è stato recentemente rivelato dalVaticanoper bocca delsegretario di StatocardinaleTarcisio Bertone[45][46], il 25 ottobre 1943 Pio XII emanò una direttiva riservata a tutti gli ecclesiastici italiani in cui indicava come necessario fornire aiuto agli israeliti invitandoli ad “ospitare gli ebrei perseguitati dai nazisti in tutti gli istituti religiosi, ad aprire gli istituti o anche le catacombe”.
Non mancarono, effettivamente, forme di resistenza passiva da parte di prelati comeRoberto RoncaePietro Palazzinie di tutto il clero che, in generale, rispose con l’accoglimento clandestino nei conventi e nelle strutture religiose cristiane di 4 447 ebrei censiti[47][48].
Numerosissime analoghe forme di accoglimento della popolazione ebraica furono effettuate da parte di comuni cittadini, mentre altri li denunceranno per incassare la taglia promessa dai tedeschi per la loro cattura. È tristemente nota la storia diCeleste Di Porto, diciannovenne ebrea soprannominata “Pantera Nera”, che divenne amante di un agente di pubblica sicurezza e denunciò al proprio compagno numerosi correligionari, ivi compresi alcuni parenti.
I sopravvissuti
Il numero complessivo dei deportati di religione ebraica nel periodo dell’occupazione tedesca di Roma fu di 2 091[49](1 067 uomini, 743 donne e 281 bambini); di essi, riuscirono a tornare solo in 101 (73 uomini, 28 donne, nessun bambino)[50].
Di coloro che furono deportati il 16 ottobre 1943 solo 16 rientrarono in patria (15 uomini e una donna; nessun bambino sotto i 14 anni). Il più anziano era Cesare Di Segni (nato nel 1899) e il più giovane eraEnzo Camerino(nato nel 1928).[51]Questi i loro nomi:
Michele Amati (Roma, 20 ottobre 1926 – Roma, 26 giugno 1984), liberato a Buchenwald il 4 aprile 1945[52]
Lazzaro Anticoli (Roma, 3 gennaio 1910 – Roma, 18 gennaio 2000), liberato a Stolberg l’8 maggio 1945[53]
Enzo Camerino(Roma, 2 dicembre 1928 – Montréal, 2 dicembre 2014), liberato a Buchenwald in data ignota, tornato a Roma il 9 giugno 1945
Luciano Camerino (Roma, 23 luglio 1926 – Firenze, 1 novembre 1966), liberato a Buchenwald in data ignota[54]
Cesare Di Segni (Roma, 5 agosto 1899 – Roma, 23 dicembre 1978), liberato ad Auschwitz il 27 gennaio 1945[55]
Lello Di Segni (Roma, 4 novembre 1926 – 26 ottobre 2018), liberato a Dachau il 29 aprile 1945, figlio di Cesare Di Segni
Angelo Efrati (Roma, 29 aprile 1924 – Roma, 23 dicembre 2008), liberato a Ravensbrueck il 2 maggio 1945[56]
Cesare Efrati (Roma, 2 maggio 1927 – Roma, 2 maggio 2008), liberato a Flossenburg il 22 maggio 1945, fratello di Angelo Efrati[57]
Sabatino Finzi (Roma, 8 gennaio 1927 – Roma, 24 maggio 2012), liberato a Buchenwald l’11 aprile 1945[58]
Ferdinando Nemes (Fiume, 8 giugno 1921 – …), liberato a Buchenwald l’11 aprile 1945
Mario Piperno (Roma, 6 giugno 1916 – Ostia, 21 maggio 2003), liberato a Dachau il 29 aprile 1945[59]
Leone Sabatello (Roma, 18 marzo 1927 – 5 ottobre 2008), liberato a Ravensbrueck il 30 aprile 1945
Angelo Sermoneta (Roma, 10 giugno 1913 – …), liberato a Dachau il 29 aprile 1945
Isacco Sermoneta (Roma, 8 marzo 1912 – Roma, 1991), liberato a Monaco il 1º maggio 1945[60]
Settimia Spizzichino(Roma, 15 aprile 1921 – Roma, 3 luglio 2000), liberata a Bergen Belsen il 15 aprile 1945
Arminio Wachsberger(Fiume, 4 novembre 1913 – Milano, 24 aprile 2002), liberato a Dachau il 29 aprile 1945
Anche Fiorella Anticoli ed Enrica Spizzichino furono liberate, ma morirono nei giorni immediatamente successivi alla loro liberazione.
Nel 2009 le testimonianze diEnzo Camerino, Lello Di Segni, Sabatino Finzi, Leone Sabatello,Settimia Spizzichinoe Arminio Wachsberger sono state raccolte da Marcello Pezzetti nel volumeIl libro della Shoah italiana(Torino, Einaudi), nell’ambito di una ricerca delCentro di Documentazione Ebraica Contemporaneaintesa a raccogliere “i racconti di chi è sopravvissuto”.
Con le morti di Enzo Camerino il 2 dicembre 2014[61][62]e di Lello Di Segni il 26 ottobre 2018[63][64]sono scomparsi gli ultimi sopravvissuti del rastrellamento.
Onorificenze
Medaglia d’oro al valor civile-«Per aver sempre operato con spirito altruistico e di solidarietà, nell’opera di conservazione della memoria della tragica deportazione dei 2.091 ebrei catturati all’alba del 16 ottobre 1943 e dello sterminio nei lager; mirabile esempio di virtù civili, di espressione dei sentimenti di fratellanza umana, di dedizione alla Patria italiana. 16 ottobre 2003»
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Roma, 7 giugno 2024 – Si è svolta questa mattina nell’Aula Giulio Cesare in Campidoglio una celebrazione per ricordare Giacomo Matteotti nel centesimo anniversario del suo omicidio per mano fascista. L’iniziativa è stata promossa dalla Presidente dell’Assemblea Capitolina On.Svetlana Celliche ha aperto l’incontro al quale era presente anche una rappresentanze delle scuole romane.
Campidoglio celebrazioni per ricordare Giacomo Matteotti a 100 anni dal suo omicidio per mano fascista
Sono intervenuti il sindacoRoberto Gualtieri; l’assessore alla CulturaMiguel Gotor; Claudio Signorile,ex segreteraio nazionale PSI, già ministro;Claudio Martelli,presidente Fondazione Pietro Nenni;Giorgio Benvenuto,presidente Fondazione Bruno Buozzi; la storicaSimona Colarizzi; esponenti delle sigle sindacali.
Campidoglio celebrazioni per ricordare Giacomo Matteotti a 100 anni dal suo omicidio per mano fascista
Nel corso della cerimonia sono stati letti degli articoli della Costituzione Italiana dagli studenti Azzurra Dottori e Francesco Mastrostefano e dall’attore Marcello Amici.
“Giacomo Matteotti è una figura importante della storia italiana. E’ nostro dovere morale tutelare, custodire, ma soprattutto promuovere il ricordo di personaggi come Giacomo Matteotti, un socialista che ebbe il coraggio di contrastare il fascismo, pur avendo consapevolezza che ciò lo avrebbe portato alla sua condanna. Proprio l’Assemblea capitolina, qualche giorno fa, ha approvato una mozione a mia prima firma per promuovere iniziative e azioni per valorizzare la memoria e la testimonianza di Matteotti. Il suo discorso pronunciato alla Camera il 30 maggio 1924 è un testo che andrebbe letto e diffuso e, soprattutto, studiato nelle scuole”, afferma la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
Campidoglio celebrazioni per ricordare Giacomo Matteotti a 100 anni dal suo omicidio per mano fascistaCampidoglio celebrazioni per ricordare Giacomo Matteotti a 100 anni dal suo omicidio per mano fascista
“Siamo convintamente antifascisti. E lo diciamo con voce alta soprattutto in questa particolare fase storica in cui rigurgiti di odio sembrano mettere in discussione le conquiste di libertà e di democrazia raggiunte con il sacrificio e il prezzo della vita di migliaia di donne e uomini. Ci rivolgiamo ai giovani per costruire una coscienza basata sulla conoscenza di personaggi che hanno contribuito all’Italia di oggi, fondata sui valori della Resistenza, della pace, della giustizia sociale, dell’uguaglianza, del rispetto dei diritti. Matteotti è diventato un riferimento per tutti coloro che lottarono per la liberazione e permisero poi al nostro Paese di diventare una Repubblica che mette al centro la Costituzione in cui tutti ci riconosciamo”, conclude l’On.SvetlanaCelli.
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iziativa promossa dalla Presidenza dell’Assemblea Capitolina
Roma, 31 maggio 2024 – Questa mattina, su delega del sindaco Roberto Gualtieri, la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celliha partecipato presso l’Università Tor Vergata alla finalissima di Robot School Arena, competizione di robotica Smart Factory. L’iniziativa è stata promossa da Italmaker – Accademia dei piccoli inventori e Competence Center Manager di R-Store Spa, con il patrocinio di Roma Capitale e Università Tor Vergata.
On. Svetlana Celli alla finalissima competizione di robotica Smart Factory
“Ammirare la creatività e la passione dei giovani che hanno partecipato al percorso formativo su coding e robotica attivato in 20 scuole di Roma e provincia è motivo di grande orgoglio. La robotica è un settore in espansione. Così come avviene con l’intelligenza artificiale, siamo di fronte ad una grande rivoluzione che istituzioni, mondo accademico e scuole devono affrontare con attenzione, interesse, curiosità e senza pregiudizi. E’ importante investire nella formazione per un uso consapevole delle tecnologie e per fornire alle nuove generazioni strumenti e competenze per affrontare questo passaggio”, afferma la presidente On.Svetlana Celli.
On. Svetlana Celli alla finalissima competizione di robotica Smart FactoryOn. Svetlana Celli alla finalissima competizione di robotica Smart Factory
“La nostra amministrazione sta mettendo in campo iniziative per una città sempre più smart, sostenibile e che guardi al futuro sapendo cogliere le sfide e i cambiamenti del mondo che ci circonda. In questo è preziosa la collaborazione tra imprese, istituzioni e università. Nel corso dell’evento è stato annunciato il nuovo progetto didattico 2024/25 dal titolo “Smart Roma” che, attraverso il coinvolgimento di Roma Capitale e MakerFaireRoma, ha come finalità quello di mettere al centro tematiche sociali e le nuove competenze nell’anno del Giubileo”, conclude la presidente dell’Assemblea capitolina On.Svetlana Celli.
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Roma, 30 maggio 2024 – L’Assemblea capitolina ha approvato una mozione volta a promuovere iniziative e azioni per valorizzare la figura, la memoria e il pensiero diGiacomo Matteottiin occasione del centenario del suo omicidio. Il provvedimento, a prima firma della presidente On.Svetlana Celli, punta anche a stimolare il Governo a organizzare eventi di rilievo nazionale al fine di dare alla ricorrenza l’importanza e la visibilità che merita, anche legando le celebrazioni alla Festa della Repubblica.
Giacomo Matteotti
“Giacomo Matteotti è stato un personaggio centrale per la lotta al fascismo. Il suo coraggio e il suo sacrificio hanno ispirato i valori della Costituzione in cui tutti ci riconosciamo. L’omicidio fu compiuto da una squadra fascista a seguito di un suo discorso in Parlamento. Noi siamo convintamente antifascisti. Non possiamo e non vogliamo dimenticare uomini e donne come lui che hanno contribuito alla costruzione di un Paese libero, moderno e democratico. Anzi, storie come quella di Giacomo Matteotti meritano la piena diffusione e conoscenza tra i giovani. Ringrazio i consiglieri per l’approvazione di questa mozione”, afferma la presidente On.Svetlana Celli.
Giacomo Matteotti
Biografia di Giacomo MATTEOTTI– Nacque a Fratta Polesine, presso Rovigo, il 22 maggio 1885, da Girolamo e da Elisabetta Garzarolo.
Il padre, originario di Comasine in Val di Pejo, a venti anni s’era stabilito a Fratta, dov’era riuscito a mettere insieme una discreta fortuna. Morì nel 1902 e a sostituirlo nell’attività commerciale fu la moglie Elisabetta, una donna energica che riuscì ad accrescere il già cospicuo patrimonio familiare.
Secondo di tre figli, il M., dopo aver conseguito la maturità a Rovigo, frequentò la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Bologna, dove si laureò nel 1907 con una tesi sulla recidiva.
Influenzato da Matteo, il fratello maggiore, il M. s’iscrisse al Partito socialista italiano (PSI) intorno al 1900. I primi segni della sua presenza in seno a esso si ebbero dal 1904, quando neLa Lotta, il periodico socialista di Rovigo, venne indicato come l’elemento di riferimento del PSI per la zona di Fratta. Sino al 1908 le testimonianze di un suo impegno politico furono alcuni articoletti apparsi nelle colonne deLa Lotta, nel cui comitato di redazione entrò nel maggio 1908. L’anno successivo s’impegnò attivamente nella campagna elettorale per le elezioni politiche a favore della candidatura di I. Bonomi.
Tra il 1909 e il 1910 i suoi due fratelli, Matteo e Silvio, morirono per tisi. La tragedia familiare gli provocò un’acuta crisi, che lo indusse a ritirare la sua candidatura alle elezioni provinciali suppletive del luglio 1910. Seguì un lungo viaggio di studio in Inghilterra, da dove il M. rese nota ai compagni di partito la sua rinuncia a occupare la carica di consigliere provinciale per il mandamento di Occhiobello, dov’era riuscito eletto malgrado non avesse condotto la campagna elettorale. La crisi non dovette durare a lungo, poiché già nell’ultimo scorcio del 1910 fu tra i protagonisti della vita politica di Rovigo.
Avvalendosi della legge elettorale, che consentiva di presentare la candidatura in ogni Comune dove si possedevano terre, il M. ricoprì contemporaneamente la carica di sindaco di Villamarzana e di consigliere di diversi altri Comuni della zona.
Fu tra i più risoluti avversari della guerra libica, tanto che al congresso nazionale del PSI tenutosi a Reggio Emilia nel luglio 1912 prese le distanze dall’ala socialriformista turatiana, esitante nel condannare l’impresa libica, per unirsi ai massimalisti.
Alle elezioni provinciali del febbraio 1915 è legata una sua clamorosagaffe, che comportò la sua decadenza dalla carica di consigliere provinciale. Si discutevano in Consiglio i ricorsi dei socialisti contro tre consiglieri del blocco cattolico-liberale, la cui elezione era ritenuta incompatibile con le cariche che costoro ricoprivano nella esazione dei tributi comunali nella provincia di Rovigo. L’arringa del M. era stata particolarmente severa. Senonché il consigliere cattolico U. Merlin rivelò come il M. si trovasse nella stessa condizione dei tre inquisiti, poiché risultava fideiussore della Banca del Polesine per il servizio di esazione dei tributi del Comune di Badia Polesine. La vicenda si concluse male per il M.: nell’agosto del 1916, quando ormai era stato chiamato alle armi, venne dichiarato decaduto dal Consiglio provinciale.
Al congresso socialista di Ancona del 1914 il M. si trovò per la prima volta ad affrontare B. Mussolini. Entrambi avevano presentato due distinte mozioni che sanzionavano l’incompatibilità della doppia iscrizione al PSI e alla massoneria. Ma mentre quella di Mussolini imponeva l’espulsione di chi non si fosse conformato alle deliberazioni congressuali, quella del M. si limitava ad auspicare il volontario abbandono della doppia iscrizione da parte dei socialisti massoni. Tale posizione, conciliante nei confronti dei compagni massoni, ha indotto alcuni studiosi ad avanzare l’ipotesi, tuttavia mai documentata, dell’appartenenza del M. alla massoneria. Occorre anzi ricordare al riguardo un suo articolo antimassonico,Per la conquista del Comune e della Provincia di Rovigo(inLa Lotta, 20 giugno 1914), con cui si schierava contro il blocco composto da radicali, repubblicani e socialisti riformisti, «amalgamati – scriveva il M. – dal cemento della solidarietà fratellevole delle logge».
Giacomo Matteotti
Il M. fu un coerente antimilitarista. Allo scoppio della guerra si schierò senza esitazioni contro le posizioni interventiste di Mussolini. La sua intransigenza lo condusse al conflitto con i leader della sua stessa frazione, C. Treves e F. Turati, prudentemente comprensivi sulle ragioni della guerra, e a scavalcare a sinistra anche le posizioni degli esponenti dell’ala più estremista del PSI. Mentre questi si battevano per lo sciopero generale contro l’eventualità di un ingresso in guerra dell’Italia, il M. sostenne con decisione l’ipotesi dell’insurrezione popolare.
La sua fedeltà alla linea antimilitarista gli attirò molte accuse di simpatie per l’Austria. Durante le sedute del Consiglio provinciale venne più volte tacciato di «austriacante», ma a chi lo invitava ironicamente ad andarsene in Austria, replicava sferzante che lì almeno non si moriva di pellagra. In un burrascoso intervento al Consiglio provinciale del 5 giugno 1916, arrivò a opporsi alla proposta di un’erogazione straordinaria per i profughi della provincia di Vicenza che, incalzati dallaStrafexpeditiondi F. Conrad von Hötzendorf, si erano riversati in quella limitrofa di Rovigo. L’incidente al Consiglio provinciale gli valse una denuncia e la condanna a un mese di carcere, annullata in Cassazione. In effetti un suo criptotriplicismo si coglie in alcuni passaggi di una lettera del settembre 1914 a Velia Titta, sorella del baritono Titta Ruffo, in cui considerava legittimo da parte del PSI il ricorso all’insurrezione «se si volesse domani con assai poca lealtà lanciarci in una guerra contro l’Austria» (Lettere a Velia, pp. 68 s.). Nel gennaio del 1916 sposò Velia (1890-1938), dalla quale ebbe tre figli: Giancarlo (1918-2006), che fu deputato dal 1946 al 1963, Gian Matteo (1921-2000), che fu deputato e più volte ministro della Repubblica, e Isabella (1922-1994). Le origini trentine del padre e alcuni legami familiari della moglie contribuivano ad alimentare le sue simpatie per l’Austria-Ungheria. Due sorelle della moglie, Fosca e Settima, avevano sposato due fratelli di nazionalità boema, Emerich e Guglielmo Steiner. In Italia viveva inoltre un terzo Steiner, Max, il quale, allo scoppio della guerra, era stato internato in Sardegna. Infine, gli Steiner avevano altri due fratelli, ufficiali dell’esercito austro-ungarico, che stavano combattendo sul fronte italiano. Quando fu richiamato alle armi, il M. venne assegnato a un reggimento di artiglieria di campagna di stanza a Verona, ma, ritenuto «un pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali» (Roma, Arch. centr. dello Stato,Casellario politico centrale, b. 3157, f.Matteotti Giacomo), fu internato a Campo Inglese, una sperduta località della Sicilia orientale.
Congedato nel marzo del 1919, il M. riprese il suo posto nelle file del movimento socialista. Nell’ottobre del 1919 intervenne al congresso di Bologna, rappresentando la corrente dei massimalisti elezionisti che si presentava divisa. Da una parte v’erano quelli che, suggestionati dalla rivoluzione bolscevica, teorizzavano l’uso della violenza come unico mezzo per impadronirsi del potere, dall’altra v’era chi, come C. Lazzari e F. Maffi, sosteneva, contro le suggestioni del modello sovietico, che qualunque progetto rivoluzionario dovesse tener conto delle tradizioni italiane e del suo proletariato. Il M., pur schierandosi con questi ultimi, ispirò tuttavia il suo intervento congressuale a un forte richiamo all’unità del PSI, in cui, a suo avviso, dovevano avere diritto di cittadinanza «tutti coloro che vogliono sostituire il regime socialista al regime capitalista» (Il Partito socialista italiano nei suoi congressi, pp. 67 s.). Egli vedeva messa in pericolo tale unità dal dibattito dei teorici. Perciò, in polemica sia con i massimalisti serratiani, «che vogliono la insurrezione come fine e non come mezzo», sia con i turatiani, «che vogliono la riforma come fine non come mezzo» (ibid.), egli, molto pragmaticamente, rivendicava il primato delle organizzazioni sindacali di classe sulla sovrastruttura partitica, e quello della lotta contro le strutture economiche del potere borghese. Al partito, libero dal mito della conquista violenta del potere politico, affidava il ruolo d’indirizzare le lotte economiche «verso il fine del socialismo». Il M. considerava quindi le leghe e le organizzazioni sindacali gli elementi dinamici e primigeni su cui far leva per la costruzione della società socialista.
https://3681aff77e67a4e84c3fe7cc1cb8f513.safeframe.googlesyndication.com/safeframe/1-0-40/html/container.html Le sue erano le posizioni di un riformismo coerente, ben distinte da quelle del socialriformismo turatiano ormai dimentico, a suo dire, degli obiettivi socialistici per i quali erano nate le organizzazioni della classe operaia. Una posizione, quella del M., che ha indotto qualcuno a coniare per lui il termine, solo apparentemente antidiadico, di riformista-rivoluzionario. Se si aggiunge al primato che il M. attribuiva alle lotte sindacali l’accento da lui costantemente posto sul volontarismo e sulla preminenza dell’azione nella lotta politica, è difficile negare l’ipotesi d’una sua originale rielaborazione di alcuni capisaldi del pensiero di G. Sorel e di H. Bergson, del resto già rilevati da P. Gobetti. Il rapporto del M. con Sorel non era tanto da cogliere su un terreno immediatamente politico, quanto piuttosto su un piano intellettuale «più generale e perciò anche più profondo, che dalla comune matrice antipositivistica e volontaristica passava ora attraverso la comune avversione alla guerra e alla “borghesia patriottica”» (Carini, p. 75). Una presenza ispiratrice, quella soreliana, che spiega sia la sua mai del tutto sopita diffidenza per il latente opportunismo presente nelle posizioni turatiane, sia la sua convergenza, espressa in più occasioni, con ben definiti settori del massimalismo socialista.
Giacomo Matteotti
Il M. era considerato dal gruppo dirigente socialista uno dei più preparati tra i leader emergenti. Erano apprezzate le sue capacità di amministratore: perciò venne chiamato, sin dal gennaio del 1916, a far parte della segreteria della Lega dei Comuni socialisti. Nelle elezioni politiche del novembre 1919 fu eletto per la prima volta deputato, per il collegio di Rovigo e Ferrara, riportando il maggior numero di preferenze rispetto agli altri cinque candidati socialisti eletti con lui.
Il biennio rosso vide il M. impegnato a dirigere le lotte bracciantili e contadine per il rinnovo dei patti agrari e a fronteggiare, dall’inizio del 1921, il nascente squadrismo fascista padano particolarmente rozzo e violento. Presente alla prima giornata del congresso del PSI del 1921 a Livorno, dove si consumò la scissione che dette origine al Partito comunista d’Italia (PCd’I), egli tuttavia lasciò anzitempo l’assise livornese per raggiungere Ferrara, dove, a seguito dei sanguinosi fatti di Castello Estense, era stato arrestato il gruppo dirigente della federazione socialista.
Sulla incombente scissione il M. aveva già espresso la sua opinione con un articolo (La Lotta, 18 dic. 1920), in cui auspicava che le divisioni dei gruppi dirigenti del partito risparmiassero almeno le organizzazioni sindacali. Aveva poi ricordato ai congressisti, con un telegramma spedito da Ferrara, le loro responsabilità sui pericoli che sovrastavano l’unità dei lavoratori. Riaffiorava la sua antica diffidenza per le dispute dottrinarie, fonti di divisioni, mentre solo l’azione e le lotte economiche rappresentavano un terreno d’intesa e di ricomposizione unitaria delle classi lavoratrici.
Il M. non tardò a comprendere il pericolo che per le organizzazioni operaie rappresentava il nascente movimento fascista. Tuttavia tendeva a spiegare l’affermarsi del fascismo come reazione alle importanti conquiste ottenute attraverso le grandi lotte contadine del 1919 e del 1920. Il fascismo era quindi la risposta violenta della borghesia agraria ai propri interessi lesi dai nuovi patti agrari. Anche se si tratta di un’analisi riduttiva del fascismo, che risente del particolare punto di osservazione da cui veniva analizzato il fenomeno, cioè il Polesine, dove in effetti l’iniziativa del fascismo appariva funzionale agli interessi degli agrari, tuttavia v’era in essa implicita la convinzione del sostegno ai valori della democrazia, contro l’illegalismo fascista, di ampi settori della borghesia, soprattutto nei ceti medi urbani. Perciò una lotta coerentemente condotta dal proletariato, svincolato dallo slogan della dittatura del proletariato, in difesa delle istituzioni democratiche, avrebbe potuto rappresentare, a suo avviso, il collante di un’alleanza tra movimento socialista e settori non trascurabili dei ceti medi e della borghesia democratica.
La lotta al fascismo favorì la maturazione politica del Matteotti. Le sue frequenti e coraggiose denunce delle violenze squadristiche lo resero un dirigente popolare, consegnandolo nel contempo all’odio del radicalismo fascista. Il 12 marzo 1921 subì una gravissima violenza dai fascisti di Castelguglielmo. Il M. tuttavia, sebbene messo al bando dalle organizzazioni fasciste polesane, partecipò attivamente alla campagna per le elezioni politiche del maggio 1921, dove riuscì eletto nel collegio Padova-Rovigo.
Ma intanto la crisi del regime liberale andava precipitando. Al governo Bonomi, caduto nel febbraio del 1922, subentrava il debolissimo governo Facta, e ciò rese più baldanzoso lo squadrismo fascista. Dalle spedizioni punitive contro i militanti socialisti o le sedi di organizzazioni operaie, si passò all’occupazione dei capoluoghi di provincia, come nel caso di Ferrara e Rovigo, invase, nel maggio del 1922, dalle squadre di I. Balbo. L’offensiva fascista accelerò la crisi interna del PSI, che non s’era sopita nemmeno con l’uscita dei comunisti.
Al congresso di Milano dell’ottobre 1921 il PSI si presentò ancora diviso. A fronteggiarsi erano la componente concentrazionista di Turati e G. Baldesi e quella favorevole all’adesione alla III Internazionale. Il M., pur dichiarando che «avrebbe voluto rappresentare la tendenza che ponesse fine alle tendenze, ammettendo tutti quei metodi che fossero compatibili con la lotta di classe» (Il PSI nei suoi congressi, pp. 190-192), alla fine aderì alla frazione concentrazionista, non tanto per una conversione al riformismo turatiano quanto piuttosto per il suo rifiuto del comunismo e del modello rivoluzionario bolscevico. Il M. cercò invano di attirare l’attenzione del congresso sulle questioni strategiche che l’ascesa del fascismo poneva al movimento operaio. Tentò di convincere una distratta maggioranza che i temi all’ordine del giorno non erano certo né l’adesione alla III Internazionale né la conquista violenta del potere, ma piuttosto la battaglia contro l’offensiva fascista, e che il fascismo non era un fenomeno transitorio da combattere con l’attendismo di Turati, ma un’emergenza da affrontare in modo deciso e organizzato.
Al congresso di Roma dell’ottobre 1922 la corrente riformista abbandonò il PSI e dette vita al Partito socialista unitario (PSU). Il M. venne chiamato a ricoprire il ruolo di segretario.
Nella sua nuova carica condusse una lotta su due fronti: verso l’esterno contro il fascismo, e verso l’interno contro le tendenze collaborazioniste manifestate nei confronti del governo Mussolini da alcuni settori del PSU. Il M. le considerava due momenti di una stessa strategia: era infatti convinto che quanto più fosse riuscito a far risaltare il carattere reazionario e antioperaio del fascismo tanto più difficile sarebbe risultata la manovra dei collaborazionisti di aggancio al ministero Mussolini.
Il periodo che va dagli inizi del 1923 fino alla sua tragica morte è quello più drammatico della vita politica del Matteotti. Frenare le spinte di Baldesi, E. Colombino, L. D’Aragona per il compromesso ministeriale significò impegnarsi in una logorante iniziativa politica per far risaltare l’antitesi inconciliabile tra fascismo e forze democratiche, per far affiorare, da dietro la facciata rispettabile del fascismo moderato e mussoliniano, la vocazione reazionaria e totalitaria del fascismo della provincia, rozzo e intransigente, fin quasi a sollecitarne le manifestazioni più torbide e violente, consapevole di esporsi personalmente alle inevitabili rappresaglie. Scaturì proprio da tali esigenze l’idea di scrivereUn anno di dominazione fascista(Roma 1924), un opuscolo con cui il M. intendeva porre in risalto il carattere sostanzialmente antiproletario dei primi provvedimenti del governo fascista. La voglia di collaborazionismo non si limitava tuttavia alla componente di destra della Confederazione generale del lavoro (CGdL). Baldesi poteva contare su un tacito avallo dello stesso Turati, il quale più volte rimproverò al M. la sua «ostilità preconcetta» nei confronti del dirigente sindacale. Quando Baldesi, all’indomani della marcia su Roma, incontrò Mussolini e G. D’Annunzio, allo scopo di esplorare l’ipotesi di una riunificazione sindacale sotto gli auspici del capo del fascismo, Turati, in una intervista aIl Mondo, garantì la copertura politica all’iniziativa di Baldesi.
Il M. non poté far altro che indirizzare al vecchio leader una lettera molto dura di protesta. Egli non si faceva illusioni sulle false aperture operate da Mussolini nei confronti delle organizzazioni proletarie: il fascismo era il vero nemico della classe operaia e per combatterlo occorreva, a suo avviso, ritrovare rapidamente l’unità del movimento socialista. Fece più volte intendere d’essere tornato a riesaminare, proprio alla luce dell’affermazione del fascismo, le ragioni che avevano condotto i riformisti alla scissione e di essere giunto a valutare le passate divergenze «tutte astratte e proiettate nel più lontano futuro», tali perciò da non autorizzare il mantenere «divisa la classe lavoratrice italiana e toglierle tutto quel lievito di speranze, di ardimenti, di consensi che soli possono permettere un’azione efficace, entusiastica e concorde nel momento attuale» (Filippo Turati attraverso le lettere di corrispondenti (1880-1925), Bari 1947, p. 2790). La sua intransigenza verso il fascismo, se da una parte aveva contribuito ad accrescere la sua autorità morale, aveva tuttavia finito per rendere politicamente precaria la sua carica alla segreteria del partito, poiché gli aveva inimicato ampi settori di esso, urtando personaggi, come gli organizzatori sindacali, tutti collaborazionisti, che godevano d’un indiscusso potere.
Quanto più il M. si rese conto dell’isolamento di cui soffriva in seno al PSU, tanto più egli raddoppiò gli sforzi per collegare la sua lotta al movimento socialista internazionale, quasi a sollecitare quel sostegno che sentiva mancare nel suo partito. Tra il 1923 e i primi mesi del 1924, mentre intensificava gli sforzi per mantenere il PSU unito all’opposizione, più frequenti si fecero i suoi viaggi all’estero.
Nel febbraio del 1923 si recò a Lilla, al congresso dei socialisti francesi, e il mese successivo a Parigi e a Berlino per incontrare alcuni esponenti della socialdemocrazia tedesca. Dopo quel viaggio il governo fascista gli ritirò il passaporto e vani furono tutti i suoi tentativi di riottenerlo.
Prima che s’inaugurasse la nuova legislatura, nel periodo di chiusura del Parlamento, il M. riprese a recarsi all’estero. Privo com’era del passaporto, si vide costretto a varcare la frontiera clandestinamente. Nell’aprile del 1924 si recò a Bruxelles per partecipare al congresso del partito operaio. Tra il 21 e il 22 aprile raggiunse in gran segreto l’Inghilterra e a Londra ebbe una serie di incontri con i dirigenti del partito laburista e con alcuni membri del governo di R. MacDonald. Il viaggio inglese doveva rimanere segreto e difatti il massimo riserbo circondò la presenza del M. in Inghilterra. Qualcosa del viaggio si conobbe solo dopo la sua morte. Il M. rimase a Londra sino al 26 aprile e tra l’altro prese accordi per la pubblicazione in lingua inglese diUn anno di dominazione fascista. Quel poco che si sa sul contenuto dei colloqui londinesi lo si deve a uno scarno appunto del M. di recente pubblicazione proveniente dagli archivi laburisti, il quale rivela che egli discusse con i dirigenti laburisti anche di due questioni che erano da tempo all’attenzione del governo fascista: la legalizzazione delle case da gioco e la convenzione con la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil, segnalando ai dirigenti laburisti «le vicende scandalistiche dei petroli e delle bische» come la dimostrazione della «mentalità affaristica del regime» (G. Bianco,M. a Londra, inG. M. a sessant’anni dalla morte, p. 125). Il M. era convinto che la firma della «convenzione Sinclair», cioè l’accordo stipulato tra fine marzo e i primi giorni di aprile del 1924, dopo lunghe trattative, tra il governo fascista e la compagnia petrolifera americana, con cui veniva concesso a quest’ultima il monopolio della ricerca petrolifera nel sottosuolo italiano, fosse stata accompagnata da opera di corruzione nei confronti di uomini del governo fascista. Lo affermò esplicitamente in un articolo che apparve postumo, nel luglio 1924, sulla rivistaEnglish Life, in cui si lasciava andare a un’affermazione gravida di significati. «Noi siamo già a conoscenza – scriveva – di molte gravi irregolarità riguardanti questa concessione. Alti funzionari possono essere accusati di ignobile corruzione e del più vergognoso peculato» (p. 87).
Il M. rientrò in Italia il 30 apr. 1924. Era ormai imminente l’apertura della XXVII legislatura che per l’opposizione si presentava particolarmente difficile. Al M. era stato affidato l’incarico d’illustrare le posizioni del gruppo parlamentare del PSU nella seduta del 30 maggio, in cui si sarebbero discusse la verifica dei poteri e le proposte della giunta delle elezioni. Le elezioni politiche del 6 apr. 1924 avevano premiato la posizione intransigente fatta assumere al PSU dal giovane segretario. Il partito aveva ottenuto una lusinghiera affermazione, giungendo in alcune importanti città, come Milano, addirittura primo fra tutti i partiti di opposizione. Pur avendo segnato un importante punto a suo favore, il M. tuttavia era ben consapevole che la destra collaborazionista del PSU era ancora lontana dal considerarsi definitivamente battuta. Anzi era facile prevedere che essa sarebbe tornata alla carica, soprattutto in considerazione del successo ottenuto dal «listone» governativo. Per rintuzzare i tentativi trasformistici occorreva perciò, a suo avviso, alzare ancora di più il livello dello scontro con il governo fascista.
Un momento di grande tensione vi fu il 30 maggio. La giunta delle elezioni aveva proposto la convalida in blocco degli eletti della maggioranza. Su tale proposta intervenne il M., che, dopo aver manifestato il suo dissenso per una prassi del tutto inusuale nella storia parlamentare, richiese, al contrario, l’invalidazione in blocco degli eletti, motivandola con l’irregolarità dello svolgimento delle elezioni costellato dalle violenze dello squadrismo fascista ai danni dei candidati dell’opposizione. Il suo discorso venne continuamente interrotto dalle urla provenienti dai settori della maggioranza. Fu in tale circostanza che, uscendo dalla Camera, al deputato unitario G. Cosattini che lo accompagnava, il M. disse: «Ora preparatevi a fare la mia commemorazione» (Arch. di Stato di Roma,Tribunale civile e penale di Roma,Corte d’Assise,Processo Matteotti, Testimonianza di G. Cosattini). Mussolini definì l’intervento del deputato socialista «mostruosamente provocatorio che avrebbe meritato qualcosa di più tangibile dell’epiteto di “masnada” lanciato dall’on. Giunta» (inIl Popolo d’Italia, 1° giugno 1924). Inoltre il 3 giugno si radunarono davanti alla Camera alcune migliaia di fascisti romani, che, all’uscita dei deputati, si abbandonarono a una sorta di caccia all’uomo per le vie adiacenti il Parlamento. Fedele al suo programma di non dare respiro al governo fascista, il M., il 5 giugno, portò la sua offensiva in seno alla giunta generale del Bilancio. Si doveva discutere il disegno di legge che autorizzava il governo all’esercizio provvisorio del bilancio. L’analisi delle cifre, anticipate dal presidente della giunta, consentì al M. di concludere che il bilancio ufficiale presentato dal governo alcuni giorni prima al Parlamento e al sovrano, e che prevedeva il pareggio, fosse falso, mentre il bilancio vero faceva registrare un disavanzo di due miliardi.
Sin dal suo ritorno da Londra, il M. aveva fatto richiesta del passaporto per partecipare a Vienna all’esecutivo della II Internazionale, che apriva i suoi lavori il 5 giugno, e che si sarebbe protratto per alcuni giorni. Il M., che sino ad allora s’era visto negare il rilascio, si dovette certo stupire non poco quando si vide concedere il passaporto, seppure limitato alla sola Austria. Tuttavia il M. aveva già deciso di non partire per Vienna, poiché l’11 giugno, mercoledì, alla riapertura della Camera, si sarebbe discusso l’esercizio provvisorio, e le sue competenze economico-finanziarie sarebbero risultate senza dubbio preziose al suo gruppo parlamentare.
A partire dall’8 giugno i quotidiani avevano iniziato a pubblicare la lista dei deputati che s’erano iscritti a parlare sull’esercizio provvisorio, e il M. era segnalato tra questi. Il discorso venne preparato con grande impegno. Chiunque lo cercasse in quei giorni era certo di poterlo trovare in una sala riservata della biblioteca della Camera, davanti a documenti, libri e ritagli di giornale. Le sue giornate erano scandite da lunghe permanenze alla biblioteca, che il M. raggiungeva nel primo pomeriggio e che lasciava verso sera per rientrare a casa. S’era fatta quindi strada in alcuni dei suoi colleghi l’idea che egli stesse preparando un discorso molto forte.
Il 22 maggio era giunto a Roma da Milano un gruppetto di arditi fascisti milanesi capeggiati da Amerigo Dumini e da Albino Volpi. Gli altri componenti erano Giuseppe Viola, Amleto Poveromo, Filippo Panzeri e Aldo Putato. A essi si unirono più tardi lochauffeurAugusto Malacria e l’austriaco Otto Thiershald. Sin dal loro arrivo, costoro presero a pedinare il Matteotti. Il 10 giugno 1924 alle 16.30 il gruppetto degli arditi attese il M. sul lungotevere Arnaldo da Brescia, e dopo averlo tramortito lo caricò a forza su una Lancia avuta in prestito dal direttore delCorriere italiano, F. Filippelli, che venne lanciata a folle velocità verso ponte Milvio. Sicuramente egli trovò la morte durante la colluttazione seguita al sequestro, colpito a morte da un oggetto acuminato. Il cadavere venne rinvenuto due mesi dopo, il 16 agosto, lungo la via Flaminia, in località Quartarella, in una fossa scavata in una fitta boscaglia. I cinque responsabili materiali del delitto, Dumini, Volpi, Malacria, Poveromo e Viola, erano stati arrestati già nei giorni successivi al sequestro. Il ritrovamento dell’auto, il cui interno era cosparso di enormi macchie di sangue, aveva lasciato poche speranze di ritrovare il M. in vita. Il 20 agosto le spoglie del giovane deputato socialista vennero trasportate via ferrovia a Fratta Polesine, accompagnate lungo il percorso da un impressionante tributo popolare.
L’uccisione del M. e il fatto che l’identità degli assassini riconducesse direttamente a Mussolini provocarono una crisi gravissima nel governo fascista. Essa fu superata solo grazie all’abilità di Mussolini, alle divisioni dell’opposizione e alla corrività del re, che non volle «dimissionare» il presidente del Consiglio per paura del «salto nel buio».
L’istruttoria a carico degli assassini attraversò due fasi. La prima, da giugno a dicembre del 1924, condotta da due magistrati abili e determinati, M. Del Giudice e U.G. Tancredi, si svolse attorno all’ipotesi del delitto volontario e ottenne vistosi successi, che comportarono l’arresto, oltre che degli esecutori materiali del delitto, dei secondi mandanti, alti gerarchi del Partito nazionale fascista (PNF), C. Rossi e G. Marinelli, rispettivamente capo dell’ufficio stampa di Mussolini e segretario amministrativo del PNF. Merito dell’istruttoria fu l’accertamento dell’esistenza di una organizzazione criminale, una sorta di polizia segreta, la cosiddetta Ceka fascista, che rispondeva direttamente alla presidenza del Consiglio. L’istruttoria riuscì a far chiarezza su molti dei crimini di cui s’era macchiata la Ceka prima dell’omicidio del Matteotti. Ma le esitazioni dell’opposizione e la conseguente ripresa dell’iniziativa da parte di Mussolini dettero coraggio al movimento fascista e allo stesso governo, che riuscì a sottrarre l’inchiesta ai due magistrati per affidarla in mani più sicure, cioè ai magistrati N. Del Vasto e A. Albertini, i quali lavorarono a una ipotesi diametralmente opposta, cioè il delitto preterintenzionale o involontario. Il discorso di Mussolini del 3 gennaio, quasi una sfida alle opposizioni, e la successiva ripresa dello squadrismo fascista fecero il resto. Mussolini, ormai di nuovo in sella, preparò il salvataggio degli arrestati, esecutori e mandanti, promulgando il 31 luglio 1925 un decreto legge di amnistia per i reati politici, indirizzato al salvataggio degli assassini del Matteotti. La sentenza istruttoria del 1° dic. 1925, fondata sulla preterintenzionalità del delitto, consentì la scarcerazione di Rossi, Marinelli, Filippelli, Putato, Panzeri e Thiershald. Il processo celebrato a Chieti nel marzo 1926 si concluse con l’assoluzione di Malacria e Viola e la condanna di Volpi, Dumini e Poveromo a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni, dei quali 1 anno e 9 mesi già scontati in attesa della sentenza. I tre avrebbero dunque dovuto scontare ancora 4 anni e 2 mesi di carcere, ma l’amnistia, che prevedeva, nel caso di omicidio, un condono fino a quattro anni della pena, consentì a Dumini e compagni di riacquistare la libertà di lì a due mesi. Per l’omicidio del deputato socialista essi avevano scontato in totale meno di due anni di carcere.
Sul movente del delitto la ricerca storica si sta confrontando da decenni. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si sia trattato di una «lezione» finita tragicamente; vi è poi una versione che in realtà è un corollario della precedente ipotesi, cioè che il crimine trovi una spiegazione nella volontà di vendetta di Mussolini per il discorso del M. del 30 maggio. Vi è infine una più recente ipotesi che spiega il crimine con la necessità di Mussolini di «tappare la bocca» al M. perché convinto che il giorno 11 giugno, il deputato socialista avrebbe rivelato gravi casi di corruzione di cui si sarebbero resi responsabili Mussolini stesso e alcuni gerarchi del partito. In particolare Mussolini avrebbe concesso il monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera Sinclair Oil in cambio di alcune tangenti necessarie per finanziare il suo giornale e il partito fascista. Il M. sarebbe venuto a conoscenza di questa corruzione (del resto aveva cominciato a rivelare qualcosa al riguardo con l’articolo apparso postumo inEnglish Life) e avrebbe avuto intenzione di denunciarla col suo discorso previsto per l’apertura della Camera, cioè l’11 giugno. Documenti pubblicati di recente provano che il governo si aspettava un attacco proprio sulla «convenzione Sinclair». I sicari di Mussolini sarebbero quindi entrati in azione per impedirlo.
Altri scritti del M.:La recidiva. Saggio di revisione critica con dati statistici, Torino 1910;La riforma tributaria, Milano 1919;La finanza italiana nel 1921 e alcune note economiche, ibid. 1922;Il disavanzo del bilancio italiano: le imposte dirette e la imposta sui terreni, Roma 1922;Il fascismo della prima ora, ibid. 1924;Discorsi parlamentari, I-III, ibid. 1970. A cura di S. Caretti sono, inoltre, le seguenti raccolte di scritti:Scritti sul fascismo, Pisa 1983;Sulla scuola, ibid. 1990;Sul riformismo, ibid. 1992;Scritti giuridici, ibid. 2003;La questione tributaria, Manduria-Bari-Roma 2006.
Fonti e Bibl.: Roma, Arch. centrale dello Stato,Ministero dell’Interno,Direzione generale pubblica sicurezza,Divisione Polizia politica,Fascicoli personali, bb. 28B, 61A; la documentazione dell’istruttoria del processo Matteotti è conservata in Arch. di Stato di Roma,Tribunale civile e penale di Roma,Corte d’Assise, bb. 457-467. Un quadro dettagliato delle fonti e degli studi sul M. fino al 1974 si trova in F. Andreucci – T. Detti,Il movimento operaio italiano. Diz. biografico, 1853-1943, Roma 1977, III, pp. 370-384 (S. Caretti). Si veda inoltre:Il Partito socialista italiano nei suoi congressi, III,1917-1926, a cura di F. Pedone, Milano 1963,ad indicem.Successivamente sono apparsi due volumi di carteggi, entrambi curati da S. Caretti: G. Matteotti,Lettere a Velia, Pisa 1986; V. Titta Matteotti,Lettere a Giacomo, ibid. 2000. Fra i numerosi studi si vedano: A.G. Casanova,M. Una vita per il socialismo, Milano 1974;Studi e ricerche su G. M., a cura di L. Bedeschi, Urbino 1979; C. Carini,G. M. Idee giuridiche e azione politica, Firenze 1984;G. M. a sessant’anni dalla morte. Atti del Convegno di studi, Rovigo… 1984, Napoli 1985;G. M. (1885-1985). Scritti e discorsi, testimonianze, contributi, a cura di C. Modena, Roma 1985;M. dal Polesine a Montecitorio. Atti del Seminario di studi, Rovigo… 1985, Napoli 1990;M.: il mito, a cura di S. Caretti, Pisa 1994; L. Maragna,G. M. sindaco di Villamarzana (1912-1914), Ferrara 1994; E. Orlando,Il dossier Matteotti, Milano 1994; G. Capecelatro,La banda del Viminale. Passione e morte di G. M. nelle carte del processo, Milano 1996; M. Canali,Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, Bologna 1997; V. Zaghi,G. M., Verona 2001; F. Conti,Storia della massoneria italiana. Dal Risorgimento al fascismo, Bologna 2003, pp. 222, 311 s., 436 s.; M. Canali,Il delitto Matteotti, Bologna 2004; G. Tamburrano,G. M. Storia di un doppio assassinio, Torino 2004; S. Caretti,Il delitto Matteotti. Storia e memoria, Manduria-Bari-Roma 2004; G. Mayda,Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dumini, sicario di M., Bologna 2004;Omaggio a M. nell’ottantesimo anniversario della morte (1924-2004), a cura di M. Monaco, Roma 2005;Socialismi e libertà. G. M. tra antifascismo e democrazia. Atti del Convegno, Torino… 2004, a cura di W. Bonapace, Asti 2006.
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