martedì, Ottobre 19, 2021
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Pamela Mastropietro, il processo ad Oseghale raccontato dall’interprete maceratese Federica Paccaferri

mastropietro

MACERATA – Un processo lungo e tortuoso quello a carico di Innocent Oseghale, al momento unico presunto autore del macabro omicidio di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana che il 30 gennaio 2018 è stata violentata, uccisa, fatta a pezzi, disarticolata chirurgicamente, dissanguata, lavata con la candeggina e richiusa all’interno di due trolley, per poi essere abbandonata nelle campagne di Pollenza.

Il 29 maggio scorso l’uomo è stato condannato al massimo della pena, l’ergastolo, con 18 mesi di isolamento diurno e perdita della potestà genitoriale. Nel corso del processo, in aula, ha avuto accanto l’interprete maceratese Federica Paccaferri.
Un compito arduo, specialmente quando viene a mancare una persona cara: una figlia, nel caso di mamma Alessandra ed un padre per l’interprete Paccaferri. 

Proprio in una delle numerose udienze, mentre venivano proiettate le raccapriccianti immagini del corpo depezzato della giovane Pamela, Federica Paccaferri ha ricevuto la triste notizia. 
Suo padre, Domenico, imprenditore forte e tenace, purtroppo era deceduto a causa di una malattia che non gli ha lasciato scampo. 
Federica Paccaferri, dopo il grave lutto, avrebbe potuto rinunciare al proprio incarico, ma non sarebbe stata coerente con gli insegnamenti di   papà Domenico e con coraggio e determinazione ha proseguito con il proprio lavoro fino al giorno della sentenza.

Considerata la professionalità dell’interprete, il giudice della Corte d’Assise, Roberto Evangelisti, ha consegnato proprio a Federica Paccaferri il compito di tradurre per Oseghale le 55 pagine delle motivazioni della sentenza rese pubbliche dal Tribunale di Macerata 21 novembre 2019.
Un lavoro importante, che l’interprete ha svolto in maniera impeccabile in 25 giorni, quando  solitamente le traduzioni richiedono circa tre mesi.

“È stato un processo lungo ed emotivo”, ricorda l’interprete, testimone più diretta di Innocent Oseghale .
“L’imputato – aggiunge – parla inglese, italiano e dialetto Iscian. Oseghale era collaborativo e tranquillo, ma alla parola ergastolo è diventato inquieto.
In alcune udienze ha pianto ed ha sempre sostenuto di non aver mai chiuso Pamela dentro l’appartamento. Durante il processo c’era un profondo senso emotivo. Mi ha colpito l’amicizia nata tra l’avv. Marco Valerio Verni, zio di Pamela ed il legale Andrea Marchiori”

Poi l’attenzione dell’interprete marchigiana si sposta verso un crocifisso bianco di Medjugorje, che Alessandra Verni, mamma di Pamela, indossava al collo in un’intervista avvenuta i primi di dicembre a “Storie Italiane”, il programma televisivo in onda su Rai 1, condotto da Eleonora Daniele.

“Era il giorno della sentenza e all’interno della borsa avevo il crocifisso bianco. Mi sono girata e d’istinto l’ho donato alla mamma di Pamela. Entrambi avevamo subito un enorme lutto. Lei aveva perso la figlia in modo orribile, a me invece, è venuto a mancare mio padre.
Alessandra Verni ha visto questo mio gesto come un segno ovvero di andare a Medjugorje per lenire il suo dolore.”

Ma sull’omicidio di Pamela è stato detto tutto?

Il 30 gennaio saranno due anni dalla tragica morte di Pamela Mastropietro, un delitto che resterà impresso nella storia di Macerata, come il femminicidio Petracci avvenuto il 24 dicembre 1970.
Per non dimenticare, una maceratese, Cristina Moretti, ha scritto una lettera dove esorta i cittadini a non spegnere i riflettori su questa drammatica vicenda, sottolineando l’importanza di mettere in luce i molteplici punti oscuri.

Pamela Mastropietro alle 13 del 29 gennaio 2018 si allontana dalla Comunità Pars di Corridonia.

Che cosa ha spinto la diciottenne romana a lasciare la struttura?

Perché nessuno l’ha fermata? Malgrado la maggiore età, Pamela era una ragazza fragile e, dunque, perchè non le è stato impedito di andarsene? Perché l’amministratore di sostegno, ovvero la nonna materna, non è stata avvertita immediatamente, ma solo quando ormai di Pamela non c’erano più tracce?

È importante ricordare che Pamela, nonostante la propria fragilità, mentre era all’interno della Pars, ha salvato la vita alla sua compagna di stanza, che purtroppo si era tagliata le vene. E questo fa riflettere su moleplici aspetti.

Lungo il tragitto, la diciottenne incontra un uomo, che invece di aiutarla, si sarebbe approfittato della sua fragilità per poi accompagnarla alla stazione di Piediripa. Pamela da lì raggiunge con il treno la stazione di Macerata dove incontra un secondo uomo, un tassista, che la ospita in casa per la notte. Il giorno seguente, viene accompagnata dal tassista stesso alla stazione di Macerata e da lì sale su un altro taxi per raggiunge i Giardini Díaz.

Com’è avvenuto l’incontro con Innocent Oseghale?

Pamela si trova ai Giardini Díaz alla ricerca di un pullman per Roma.
Proprio qui avviene l’incontro con Innocent Oseghale.

Con quale scusa ha avvicinato la ragazza? 
E, considerando la versione del nigeriano, ovvero che sia stata Pamela ad avvicinarlo, come faceva lei a sapere che Innocent Oseghale era uno spacciatore? Chi ha dato alla diciottenne le informazioni per identificarlo?

Oseghale sostiene di aver consumato con Pamela un rapporto sessuale consenziente nel sottopassaggio di Fontescodella, ma come è possibile che sia avvenuto l’amplesso se quel giorno (30 gennaio 2018) in quella zona era in corso un blitz delle forze dell’ordine e dunque il parco era controllato dalla polizia?

Pamela avrebbe chiesto una dose di eroina al nigeriano, ma con quale denaro l’avrebbe acquistata se la ragazza aveva con sé solo 20 euro, i soldi che le sarebbero serviti per ritornare a casa?

Oseghale sostiene che, una volta comprata la droga, Pamela gli avrebbe chiesto ospitalità. 
Si sarebbero quindi fermati al supermercato per acquistare alcuni generi alimentari  ed in farmacia, dove Pamela comprerà una siringa da 5 ml.

Pamela fa il proprio ingresso all’interno dell’abitazione di via Spalato 124.
Erano circa le 11. Da quel momento di lei non si saprà più nulla fino al rinvenimento delle due valigie, avvenuto il giorno successivo, alle 9, tra le campagne di Pollenza, precisamente sul ciglio di via Industria n.28 .

Stando alla ricostruzione del nigeriano, Pamela avrebbe assunto la droga e dailì a poco si sarebbe sentita male. Mentre stava mettendo la musica Oseghale avrebbe sentito un tonfo per poi vedere Pamela a terra. Perché non ha chiamato il 118?
Invece di allertare i sanitari, ha preferito telefonare al connazionale Antony Anyanwu, che gli savrebbe suggerito di bagnare il viso di Pamela con l’acqua per farla riprendere.

Differente invece la ricostruzione della Procura e del Pm.

Alle 11 Pamela entra nell’abitazione, Oseghale abusa di lei, dopodiché la ragazza decide di fuggire dall’appartamento per andare a denunciare l’accaduto. A quel punto il nigeriano, messo alle strette, colpisce Pamela alla testa, probabilmente con un corpo contundente e forse anche al volto, considerato che, durante gli accertamenti medico-legali, il viso della diciottenne era tumefatto. Pochi istanti dopo, la accoltella all’addome, precisamente al fegato.

Una volta che Pamela è a terra, Oseghale esce di casa per andare a svolgere l’attività di spaccio presso i Giardini Díaz e al suo rientro decide di dare inizio alla pratica di depezzamento. Accoltella ancora una volta Pamela nella zona epatica e comincia lo smembramento del corpo.
Asporta tutti gli organi, compresi quelli genitali ( il diaframma non è stato mai trovato insieme al collo), disarticola e scarnifica il cadavere di Pamela, privandolo anche di sangue e urine. Una volta lavato con la candeggina, lo posiziona all’interno di due trolley. Il primo era di Pamela mentre il secondo, stando alle dichiarazioni di Oseghale, lo acquisterà in un negozio di cinesi.

Una volta ripulita con cura la scena del crimine, il nigeriano chiama un tassista camerunense, che lo condurrà nel luogo del ritrovamento delle due valigie.

La sera del 31 gennaio 2018, Oseghale viene arrestato dalla Polizia, grazie alla testimonianza del secondo tassista che avrebbe visto Pamela per via Spalato in compagnia del nigeriano e alle telecamere di videosorveglianza della farmacia che hanno ripreso gli ultimi istanti della ragazza con addosso il pellicciotto grigio smanicato, ritrovato in casa di Oseghale insieme ad alcuni affetti personali di Pamela.

Da quel momento, le indagini hanno iniziato il loro corso e, dopo il processo davanti alla Corte d’Assise, Oseghale è stato condannato in primo grado con la pena dell’ergastolo. Ad oggi, dopo la richiesta d’appello depositata dai legali del nigeriano, Simone Matraxia e Umberto Gramenzi, sono tante le domande riguardanti questa drammatica storia. Ad esempio, che fine ha fatto la siringa da 5 ml ed il materiale utilizzato da Oseghale per pulire l’appartamento dopo aver compiuto il macabro lavoro sul corpo di Pamela? 
Di chi è il secondo DNA trovato sulle maniglie dei trolley? Chi sono i complici di Oseghale? 

Il 30 gennaio 2018, il nigeriano avrebbe avuto una una videochiamata con sua moglie. La donna avrebbe riferito agli inquirenti che durante il colloquio con Oseghale avrebbe udito in sottofondo altre voci, probabilmente di altri connazionali. Dunque, quante persone erano presenti all’interno dell’appartamento insieme ad Oseghale, il 30 gennaio 2018?

Il nigeriano, nelle sue dichiarazioni, avrebbe sostenuto di aver compiuto da solo la pratica di depezzamento.
Una dichiarazione che sembrerebbe poco plausibile in quanto anche il medico legale della procura, al momento dell’autopsia dei resti della diciottenne, sarebbe rimasto sbalordito dal lavoro svolto in modo chirurgico e perfetto.

Inoltre, perché Oseghale ha lasciato i due trolley proprio sul ciglio della strada di Pollenza? A chi erano destinati? Dopo l’arresto di Innocent Oseghale, stando alle dichiarazioni del Procuratore della Repubblica, Giovanni Giorgio, un’ interprete nigeriana che era stata nominata dalla Procura di Macerata ha deciso di mollare il fascicolo e di rendersi irreperibile. È stato inoltre sempre più difficile  trovare altri interpreti pronti a collaborare. Che cosa li ha spinti ad abbandonare il caso? Forse il timore della mafia nigeriana?

Nelle intercettazioni telefoniche avvenute in carcere tra Desmond Lucky e Lucky Awelima, uno dei due avrebbe affermato di essere un “rogger”, ovvero un membro di un clan della mafia nigeriana.
Nel telefono di uno dei nigeriani, inizialmente indagati nella tragica vicenda di Pamela Mastropietro, sono state ritrovate alcune foto di persone torturate. Immagini che con larga probabilità erano state scattate direttamente dal cellulare.

Sempre in base alle intercettazioni telefoniche in carcere, Desmond Lucky e Lucky Awelima avrebbero  parlato “Gioco da ragazzi.” Cosa vuol dire?
E inoltre, uno dei due avrebbe consigliato ad Oseghale di conservare nel freezer i resti del corpo di Pamela per poi cibarsene un po’ per volta.

Infatti, oltre al processo di Oseghale, Federica Paccaferri ha assistito ad un’udienza straordinaria a carico di Desmond Lucky e Lucky Awelima, i due nigeriani inizialmente coinvolti nel caso dell’omicidio di Pamela Mastropietro.
“Secondo il GIP di Macerata la mafia nigeriana non esiste.- afferma Paccaferri- ma non bisogna dimenticare le parole di Vincenzo Marino. Secondo il pentito di ‘ndrangheta, Oseghale gli avrebbe confessato di essere un esponente della mafia nigeriana e, il giorno dell’omicidio, l’imputato ha chiamato al telefono i due nigeriani per chiedere se volevano avere rapporti sessuali con una ragazza bianca, ma la loro risposta fu negativa perché avevano altri interessi”.

Nell’ambiente della mafia nigeriana si nasconde il culto di “Mami Wata”.
“Mami Wata” o “Madre Acqua” è una divinità delle acque che si presenta come una sirena dalla pelle chiarissima.
“Mami Wata”, conosciuta in molte regioni africane, viene evocata durante i riti juju con lo scopo di minacciare le ragazze che dalla Nigeria raggiungono l’Italia con la speranza di avere un futuro migliore, ma una volta qui vengono picchiate e costrette a prostituirsi anche con l’utilizzo di tali malefici solitamente destinati alle famiglie.(https://marisdavis.blogspot.com/2015/08/le-ragazze-nigeriane-i-riti-woodoo-e-il.html?m=1 )

Dunque Pamela Mastropietro potrebbe essere stata vittima di un sacrificio?

“Sì è probabile”- risponde Federica Paccaferri- ” È importante ricordare che Oseghale non può aver fatto tutto da solo e di fronte ad un simile delitto non dobbiamo restare indifferenti. La fuga peggiora solo la situazione”.

Elisa Cinquepalmi