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XXVI Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie: le riflessioni dell’avvocato Verni

mafia nigeriana

XXVI Giornata della memoria in ricordo delle vittime delle mafie: le riflessioni dell’avvocato Verni

ROMA- Il 21 marzo scorso si è celebrata la XXVI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Abbiamo intervistato, a tal riguardo, l’avvocato Marco Valerio Verni, da tempo impegnato nella lotta contro le criminalità organizzate.

Iniziamo dalla ricorrenza trascorsa qualche giorno fa: quella del 21 marzo, ossia la XXVI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. In varie occasioni, la mafia è stata definita come un cancro, ma secondo lei esiste una cura?

La mafia è senza ombra di dubbio un cancro, ma occorre partire, per rispondere alla sua domanda, da un dato che, spesso, è sottovalutato: come ebbe a sottolineare Giovanni Falcone in una sua intervista ad un quotidiano francese nel 1986, quando si parla di questa realtà, bisogna considerare certamente l’organizzazione criminale in sé, con i suoi tratti caratteristici, ma anche la “mafia” intesa come mentalità, potendoci essere persone assolutamente oneste che hanno, però, una mentalità mafiosa. E d’altronde, non dobbiamo dimenticare che, già sul finire dell’Ottocento, si sviluppò la teoria “culturalista”, avallata da parlamentari ed esimi giuristi dell’epoca, secondo cui la mafia era sinonimo di coraggio e di senso dell’onore. Sono partito da qui perché, al di là del contrasto a livello normativo, certamente importante, e che dovrebbe sempre essere aggiornato alle realtà cangianti del fenomeno, andrebbe curato l’approccio culturale, per l’appunto, ma in senso opposto a quello cui prima ho fatto cenno. Sembrerà banale, ma se non si inizia da qui, la cura non potrà mai essere pienamente efficace. Forse non lo sarà lo stesso, perché gli interessi in gioco sono enormi, ma certamente potrebbe portare ad avere più persone consapevoli, più persone sottratte ad essa (mafia) e più uomini da impiegare contro di essa. Qualche giorno fa, ho assistito ad una nota trasmissione in cui si intervistava un parente, giovanissimo, di un noto mafioso del passato, che, pur essendosi dissociato da quanto fatto dal predecessore, non sapeva minimamente chi fossero, almeno a suo dire, Falcone e Borsellino.

Voglio dire: anche mia figlia, che ha 11 anni, sa benissimo chi sono. Eppure…

Avvocato, da diverso tempo dona il suo sostegno ai collaboratori e testimoni di Giustizia, da dove nasce questa sua decisione?

Più che una decisione, si è trattato di un percorso di avvicinamento nel tempo ad un aspetto che, nella lotta alle mafie, costituisce un fattore importantissimo. Non nascondo che, all’inizio, avevo molta diffidenza, che è quella forse che accomuna molti, naturalmente. I collaboratori, in particolare, prima di compiere il “salto della barricata” sono persone che si sono macchiate dei peggiori crimini, anche uccidendo quegli eroi e quelle vittime innocenti di cui, appunto, si celebra la ricorrenza ricordata all’inizio di questa nostra intervista. Ma, come detto, sono anche persone che, ad un certo punto, hanno deciso di cambiare sponda, offrendo a chi di dovere importanti informazioni che hanno permesso, e permettono tuttora, di capire meccanismi che, viceversa, sarebbero stati (e sono) di difficile comprensione e di scardinare quelle medesime organizzazioni di cui un tempo loro stessi facevano parte.

Si dice, però, che non sempre questa scelta sia dettata da un vero pentimento.

Certo, può accadere che, tra chi decida di compiere questo passo, vi sia qualcuno che lo faccia per convenienza e non per vero pentimento, ma la legge non guarda all’animus agendi, in questo caso.

E, se è vero che di convenienza si possa, in alcuni casi, pure trattare, guarderei piuttosto a quella che ne deriva alla collettività, non al singolo. D’altronde, occorre anche considerare che molti di essi nascono in contesti criminali da cui è difficile emarginarsi, se non dopo una lunga maturazione individuale.

Voglio dire: la piaga dei “bambini soldato” non riguarda solo coloro che, ad esempio, vengono rapiti in alcune regioni africane o medio-orientali, per poi essere addestrati ed avviati alla “carriera” di terroristi, ma è un qualcosa che riguarda anche altre organizzazioni criminali, comprese le mafie e, quindi, anche il nostro Paese.

Di certo, la loro scelta li sottopone, dopo, ad una serie di rischi e limitazioni, per sé o per i loro familiari (che spesso nulla c’entrano col passato criminale del loro caro e che, anzi, in alcuni casi, sono i principali “promotori” dal cambiamento dello stesso) che non sono certo di poco conto e che lo Stato dovrebbe lavorare per contenere al massimo. D’altro canto, non si può abbassare la guardia, dovendo valutare bene, tra l’altro, le proposte di chi affermi di voler modificare, in maniera più attenuata, il regime del 41 bis o l’ergastolo ostativo. Bisogna cioè che lo Stato e, quindi, prima ancora la politica, intervengano tenendo a mente, sì, i “dettami” della Corte Europea di Strasburgo o della nostra stessa Corte Costituzionale al riguardo, ma senza sgretolare un sistema normativo che, attraverso il regime del c.d. “doppio binario” (ossia una disciplina differenziata per soggetti che, come gli affiliati mafiosi, appartengono ad un circuito criminale il quale, come affermato dallo stesso Falcone, è – sul piano sociologico, criminologico e culturale – obiettivamente e innegabilmente “differente” da tutti gli altri contesti malavitosi) ha permesso importanti risultati nella lotta alle mafie nel nostro Paese. Proprio perché qualcuno decide di collaborare per convenienza, ove quest’ultima venisse meno, si rischierebbe di perdere parte di un contributo, comunque importante, nella lotta alle mafie.

Purtroppo, a causa del Covid-19, molte persone stanno vivendo una vera e propria crisi economica. Aziende e negozi che chiudono, senza dimenticare la ristorazione e le tasse da pagare, come può fare una persona a portare il pane in tavola, senza che la mafia assorba letteralmente la sua vita?

Bella domanda. Quello che dice lei è drammaticamente vero: le mafie sono state brave nell’approfittarsi, come d’altronde fanno sempre, anche di questa situazione legata alla pandemia, costituendo per alcuni, persone fisiche (famiglie) o giuridiche (imprese) un vero e proprio welfare sociale, sostituendosi ad uno Stato ancora una volta poco efficace e tardivo nello star vicino a chi ne abbia bisogno, con misure di sostegno che andrebbero certamente migliorate ed implementate, anche a tutela dei lavoratori del settore privato e delle partite IVA.

Colpa anche delle banche, però, che hanno tradito, da tempo, il loro compito, negando spesso il supporto economico a chi si sia rivolto ad esse. Certamente, nulla è semplice, e criticare è, a volte, troppo facile, ma è assurdo che dopo un anno da quando è scoppiato tutto, non si abbiano ancora le idee chiare su come agire per uscirne fuori, nel miglior modo possibile. Per il “dopo”, comunque, sperando che esso arrivi presto, sarebbe bello immaginare una “coscienza collettiva nazionale” che porti tutti a fare un piccolo passo indietro per consentire a tutti di potersi rialzare. Mi spiego: se è vero che, in questo periodo, tra le categorie più colpite, ci sia stata quella dei ristoratori, sarebbe importante che, finito tutto, questi ultimi abbassassero un po’ i prezzi, per permettere alle famiglie, pure loro in sofferenza, di poter tornare a vivere momenti importanti di socialità. Ne guadagnerebbero tutti, compresi i ristoratori stessi, che tornerebbero a vedere i loro tavoli pieni, guadagnando comunque. Idem per gli stabilimenti balneari, ad esempio. E via dicendo. Io stesso, come avvocato, ho spesso dato pareri e consigli “pro bono” a chi, in difficoltà, si è rivolto a me per un consiglio riguardante la sua attività o la sua storia personale o familiare. E come me, altri colleghi. O professionisti di altri settori. Ci vuole l’impegno di tutti, insomma.

Come si sono evolute, oggi, le mafie? Ce n’è qualcuna più pericolosa dell’altra? In quali ambiti si nasconde la mafia?

Oggi le mafie sono tutte transnazionali e tutte pericolose. In molti casi, collaborano tra loro, appaltando le attività criminali con un più basso volume d’affari (come, ad esempio,la prostituzione o il gioco d’azzardo) a organizzazioni minori per concentrarsi su business più redditizi, come il traffico d’armi o quello degli organi e di esseri umani, l’immigrazione (o emigrazione, a seconda del punto di vista), il traffico di rifiuti radioattivi, a tutta una serie di attività correlate, nella situazione attuale, allo stesso Covid-19 (in particolare, gli stessi vaccini). In Italia, in particolare, non si può più pensare a queste organizzazioni legate solo ad alcune regioni del sud né, di certo, essere ancora ricondotte allo stereotipo di qualche decennio fa, ossia “scoppola e lupara”. Oggi esse si muovono soprattutto in giacca e cravatta, e sono pressochè ovunque. Fanno, forse, meno morti, ma sono molto più potenti, ricche e ramificate.

Perché le persone preferiscono l’omertà?

Inizierei, intanto, con il distinguere tra paura ed omertà, perché spesso c’è confusione, anche se entrambe possono far parte della stessa medaglia. La prima, può riguardare anche l’ignaro cittadino, vittima di mafia. La seconda, invece, quando si parla di mafie, può assumere un significato molto particolare:essa, di certo, non esiste solo in funzione della minaccia, ma spesso deriva da una vera e propria condivisione culturale di base che segna il confine tra l’organizzazione ed il suo esterno.

Come ebbe a dire Tommaso Buscetta davanti al Tribunale di Palermo nel 1986, “la mafia non è la criminalità.

La criminalità, la polizia la conosce e la combatte. Ma la mafia è di più: è la criminalità più l’intelligenza più l’omertà”. Dobbiamo sempre tenere a mente che le mafie sono dei veri e propri eserciti, con una gerarchia ed una catena di comando ben precisi, retti da ferrea disciplina.

Esse mirano a creare regole cogenti che, per esser tali, devono necessariamente essere condivise dalla gran parte della società. Non a caso, le suddette amano ammantarsi anche di chissà quali tradizioni o origini, passando per rituali di affiliazione particolari. Le stesse leggende sui tre cavalieri spagnoli che fondarono Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta, nel XV secolo, o l’aggancio della Yakuza all’epopea samurai, servono ad aumentare la forza evocativa dell’immaginario che fonda il gruppo.

Lo Stato di fronte alle organizzazioni criminali, come si deve comportare?

A mio modo di vedere, ci vorrebbe una intensa operazione “culturale” nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, da una parte, e, chiaramente, delle azioni concrete che portino lo Stato ad essere presente al fianco delle persone, al posto delle mafie. Nessun potere, infatti, si basa solo sulla coercizione, così come nessuna opera di contrasto può essere portata avanti solo sulla forza: di conseguenza, occorrerebbe intaccare le stesse basi del consenso di cui si nutrono le suddette.

Certo, tutto questo, magari, non fa notizia, o non gli si conferisce la giusta importanza, salvo poi ritrovarsi, ieri, come nella giornata da lei ricordata, a piangere i morti, ed oggi a lamentarsi che “tutto va male, tutto è corrotto”. O, ancora, non è “politicamente corretto” o, meglio, “conveniente”, se si consideri che, molti intrecci con queste organizzazioni criminali coinvolgano, come detto più sopra, anche sfere istituzionali (si veda, ad esempio, pur con tutte le dovute cautele del caso, l’impianto accusatorio che ha portato al processo “Rinascita Scott”), o se solo si vada a dire che, purtroppo, alcune di esse, di origine etnica (mi riferisco a quella nigeriana, in primis, ma anche ad altre), le abbiamo in qualche modo facilitate con delle politiche migratorie mal gestite.

Il magistrato Paolo Borsellino, che fu vittima insieme al collega Giovanni Falcone per mano di Cosa Nostra, disse: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”. Qual è il suo pensiero riguardo queste parole e cosa può dire a chi, per paura, nega l’esistenza della mafia?

Beh, commentare le parole di un eroe è sempre difficile e quasi azzardato. Quello che diceva Borsellino è tremendamente vero e profondo, e lascia intendere una conoscenza compiuta dell’animo umano. Tutti noi, nel nostro quotidiano, abbiamo le nostre paure, figuriamoci chi si trovi a dover affrontare una guerra del calibro di quella contro la mafia che, come detto, si annida anche nei gangli della società, della politica, dell’imprenditoria, delle stesse Istituzioni, e che è molto subdola, perfida, cattiva. Noi tutti non possiamo che guardare a persone come lui con il massimo rispetto e devozione per quello che hanno fatto e che, attraverso il loro insegnamento, culminato con il sacrificio estremo, hanno permesso si continuasse a fare.

Anzi, collegandomi alla mia risposta di prima, ne approfitto per citare un’altra frase di questo eroe, secondo cui, di mafia, “Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene!”.

Anche noi, nel nostro piccolo, con questa intervista, lo abbiamo fatto. Grazie.

Elisa Cinquepalmi

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