mercoledì, Gennaio 19, 2022
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Traffico di stupefacenti tra Italia, Hong Kong e Marocco: arresti a Pesaro e Ascoli

ascoli piceno

Traffico di stupefacenti tra Italia, Hong Kong e Marocco: arresti a Pesaro e Ascoli

Carabinieri del Comando Provinciale di Milano, hanno dato esecuzione ad una Ordinanza di Custodia Cautelare emessa dal G.I.P. del Tribunale di Milano su richiesta della locale Procura della Repubblica, a carico di 10 indagati ritenuti responsabili – a vario titolo – di traffico di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e ricettazione.

I provvedimenti cautelari sono stati eseguiti nelle province di Milano, Bergamo, Pavia, Pesaro, Ascoli Piceno, Brindisi e Bari.

L’attività investigativa, supportata da operazioni tecniche di intercettazione, veniva avviata nel Novembre del 2017 e terminata ad Ottobre 2019 consentendo di individuare un’organizzazione criminale dedita al traffico di sostanze stupefacenti ed attiva in diverse province del nord e centro Italia. 

Nel corso delle indagini, in particolare, si evidenziava come il denaro provento dell’attività di spaccio veniva periodicamente ritirato da un membro dell’organizzazione il quale, per il tramite di cittadini cinesi compiacenti e coindagati, attraverso l’occultamento all’interno di  normali bagagli da stiva, provvedeva ad effettuare il trasferimento dei contanti dapprima ad Hong Kong e, successivamente, mediante trasferimenti bancari, in Marocco.

Dal Paese maghrebino veniva poi completato il processo di “pulizia” del denaro che veniva successivamente reinvestito in attività commerciali apparentemente lecite (operanti prevalentemente nel settore dell’ abbigliamento), reimpiegato in altre operazioni finanziarie per disperderne le tracce ovvero utilizzato nuovamente per l’acquisto e l’approvvigionamento di sostanza stupefacente per l’organizzazione.      

Le indagini hanno quindi permesso di accertare come l’apparato di movimentazione del denaro fosse simile ai sistemi informali già conosciuti come “Hawala” o “hundi” per quanto riguarda il mondo arabo e medio-orientale e “chop” o “flying money” per quanto riguarda quello cinese.

Lo sforzo investigativo realizzato attraverso numerosi pedinamenti a riscontro delle attività tecniche, consentiva di individuare un esercizio commerciale nella Capitale che in realtà si riteneva potesse essere una copertura per attività illecite di credito e gestione finanziaria realizzato da un gruppo di cittadini cinesi.

Si ricostruiva come, attraverso un sistema fiduciario basato sulla lealtà tra famiglie di commercianti cinesi e intermediari del Marocco, il denaro – tramite il meccanismo della “compensazione” – veniva trasferito da un Paese all’altro con l’applicazione di un interesse, ovvero il guadagno degli intermediari. La parola “cambista” infatti nasce nell’ambiente criminale proprio per questo motivo, poiché chiunque, attraverso gli stessi, può trasferire una somma di denaro da un Paese all’altro, potendola ritirare in moneta locale con il cambio vigente, in riferimento all’andamento delle borse.

Ogni transazione di denaro veniva identificata mediante un “codice”, conosciuto dai broker e dai clienti nei rispettivi Paesi, in modo tale che esclusivamente l’interessato potesse riscuotere la somma. Per quanto riguarda i grossisti cinesi, gli stessi utilizzavano biglietti da visita del negozio, sui quali annotavano le somme versate a titolo di pagamento.

Veniva inoltre monitorato come i trasporti erano organizzati attraverso agenzie di viaggio compiacenti ed avevano una cadenza a ritmi serrati fino a 3 viaggi settimanali lungo la tratta Roma – Hong Kong, meta finale delle banconote.  Nello scalo aereo romano, le “procedure operative” del gruppo erano consolidate: al check in, una volta ottenuta la carta d’imbarco e registrato il bagaglio, con l’espediente di dichiarare dei valori al “tax refund” gli indagati si riappropriavano delle valigie e attendevano l’ingresso del corriere alle zone d’imbarco, superando i controlli doganali, al fine di scongiurare eventuali controlli in frontiera da parte di forze di polizia o Agenzia delle Dogane. I “bagagli” contenenti il denaro, inoltre, venivano fatti avvolgere con la pellicola protettiva “safe-bag” per evitare che durante gli scali intermedi le valigie potessero essere aperte per controllarne il contenuto.

Ad Hong Kong, il denaro veniva consegnato ad un money exchange che si occupava di cambiare la valuta e dirottare la valuta, tramite bonifici, su conti correnti dedicati.

Nel corso dell’attività investigativa si è complessivamente proceduto al sequestro di kg 720 di sostanza stupefacente (marijuana, hashish, cocaina ed MDMA) e di un totale di EUR 3.800.000.000 in contanti. Si stima, inoltre, che nel periodo di monitoraggio il denaro transitato su Hong Kong possa quantificarsi in circa 200 milioni di euro.

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